Per oltre un anno, Bassirou Diomaye Faye e Ousmane Sonko hanno rappresentato il simbolo di una transizione politica senza precedenti nella storia recente del Senegal. La vittoria del 2024 aveva segnato la fine del lungo ciclo del potere legato a Macky Sall e l’ascesa di una nuova generazione politica costruita attorno al movimento Pastef, alla promessa di sovranità economica, alla critica dell’élite tradizionale e a una forte mobilitazione giovanile.
Oggi, però, quella coppia politica appare sempre più attraversata da tensioni profonde. Le dichiarazioni degli ultimi mesi, culminate negli scontri politici e istituzionali emersi tra marzo e maggio 2026, mostrano che il rapporto tra il presidente Bassirou Diomaye Faye e il primo ministro Ousmane Sonko sta entrando in una fase di possibile rottura.
La crisi non nasce improvvisamente. Già il 2 marzo 2026 Sonko aveva evocato apertamente l’ipotesi di una “coabitazione difficile” o persino di un ritorno di Pastef all’opposizione nel caso in cui il presidente si fosse allontanato dalla linea del partito. Parole molto pesanti nel contesto senegalese, perché pronunciate non da un oppositore esterno ma dal leader della forza politica che sostiene il governo e che dispone della maggioranza parlamentare.
A SPLIT? Senegal's🇸🇳 Prime Minister Ousmane Sonko now says that he's willing to take his party out of the government and return to opposition if President Bassirou Diomaye Faye breaks from its vision amid rumours of a power struggle between the two party colleagues.
"If the… pic.twitter.com/Adv4DfAhsi
— Kennedy Wandera (@KennedyWandera_) March 2, 2026
Il nodo centrale riguarda la natura stessa del potere costruito dopo le elezioni del 2024. Formalmente, Bassirou Diomaye Faye è il presidente della Repubblica. Politicamente, però, Ousmane Sonko resta il vero leader carismatico del movimento Pastef, l’uomo che ha incarnato per anni l’opposizione al vecchio sistema e che, escluso dalla corsa presidenziale per le conseguenze di una condanna giudiziaria, aveva scelto Faye come candidato sostitutivo.
Questa architettura politica, efficace nella fase elettorale e nella conquista del potere, mostra ora tutti i suoi limiti nella gestione dello Stato. Il problema non è soltanto personale, ma istituzionale: chi guida realmente il Senegal? Il presidente eletto o il leader politico che controlla il partito e la maggioranza parlamentare?
Negli ultimi giorni la tensione è diventata esplicita. Faye ha rifiutato inizialmente di promulgare una riforma della legge elettorale approvata dall’Assemblea nazionale e considerata favorevole a una futura candidatura presidenziale di Sonko nel 2029. Il presidente ha parlato di problemi “tecnici” e di norme che sembravano favorire un singolo individuo, ma molti osservatori hanno interpretato il gesto come un chiaro segnale politico.
Faye cutting Sonko down to size?
Senegal's President Bassirou Diomaye Faye has declined to sign electoral law amendments that paves the way for Prime Minister Ousmane Sonko to run in the 2029 presidential election, as signs of internal friction and dissension between the two… pic.twitter.com/Syi6GYwTrz
— Kennedy Wandera (@KennedyWandera_) May 9, 2026
Il Parlamento, dominato da Pastef, ha però votato nuovamente il testo, rimettendolo sul tavolo del presidente e aumentando la pressione su Faye. Firmare significherebbe facilitare il ritorno politico di Sonko come candidato presidenziale. Non firmare rischierebbe invece di alimentare l’idea di una guerra interna al vertice dello Stato.
Parallelamente, si moltiplicano le indiscrezioni su un progressivo tentativo di emancipazione politica del presidente rispetto al suo ex mentore. Secondo diverse fonti politiche e mediatiche, Faye starebbe ristrutturando l’apparato statale, rafforzando reti personali e aprendo consultazioni anche con figure vicine all’opposizione tradizionale. In questo quadro va letta anche la sua recente grande manifestazione politica a Mbour, interpretata da molti analisti come una dimostrazione autonoma di forza presidenziale.
Anche il linguaggio pubblico è cambiato. In una lunga conferenza stampa del 10 maggio, Faye ha risposto direttamente agli attacchi ricevuti da Sonko e da dirigenti di Pastef, pronunciando una frase simbolicamente molto forte: “Il Senegal non ha bisogno di un messia”. Una dichiarazione che molti hanno interpretato come un chiaro tentativo di ridimensionare il peso politico e simbolico del primo ministro.
🇸🇳 « Le Sénégal n’a pas besoin d’un messie » : comment Bassirou Diomaye Faye a recadré Ousmane Sonko
Pendant plus de deux heures d'entretiens avec la presse, le président Bassirou Diomaye Faye a livré un marathon. Et pour la première fois, il a rendu les coups reçus que lui…
— Stanis Bujakera Tshiamala (@StanysBujakera) May 10, 2026
La posta in gioco supera ormai il semplice conflitto personale. Il Senegal sta entrando in una fase di ridefinizione degli equilibri interni della sua nuova maggioranza. Pastef è nato come movimento di opposizione radicale e anti-sistema; trasformarsi in partito di governo implica però compromessi, gestione amministrativa, relazioni internazionali e costruzione di istituzioni stabili. È proprio in questa transizione che emergono le divergenze tra la dimensione movimentista incarnata da Sonko e quella più istituzionale rappresentata da Faye.
Il rischio politico è duplice. Da un lato, una frattura aperta potrebbe indebolire il governo e paralizzare l’azione pubblica in un momento delicato per l’economia e per le aspettative sociali create dalla vittoria del 2024. Dall’altro, il conflitto potrebbe produrre una crescente disillusione nell’elettorato giovane e popolare che aveva visto nel tandem Faye-Sonko la promessa di una rifondazione politica del paese.
Alcuni osservatori senegalesi iniziano infatti a parlare di perdita di speranza e di erosione dell’entusiasmo iniziale. Il problema non è soltanto la stabilità del governo, ma la credibilità stessa della “terza alternanza” senegalese, presentata come un nuovo modello politico africano fondato su sovranità, giustizia sociale e rinnovamento democratico.
Per il momento nessuno dei due leader sembra voler arrivare a una rottura definitiva. Ma la logica del doppio potere che aveva favorito la conquista dello Stato appare sempre più difficile da sostenere nel lungo periodo. E mentre Faye cerca di rafforzare la propria autonomia presidenziale, Sonko continua a conservare un forte radicamento militante e parlamentare.
Il Senegal resta una delle democrazie più solide dell’Africa occidentale, ma la crisi attuale mostra quanto possa essere fragile l’equilibrio tra leadership carismatica, partito-movimento e istituzioni repubblicane. La sfida dei prossimi mesi non riguarderà soltanto il rapporto tra due uomini, ma la capacità del sistema politico senegalese di trasformare una rivoluzione elettorale in una forma stabile di governo.


