La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto ciò che le macchine sono capaci di fare, ma anche le lingue attraverso cui diventa possibile interagire con esse. In Senegal, la start-up Andakia ha sviluppato Awa, un assistente di conversazione progettato per comprendere e rispondere in wolof e pulaar, due delle principali lingue parlate nel Paese e, nel caso del pulaar, in una vasta area dell’Africa occidentale.
Dietro il progetto ci sono due giovani imprenditori senegalesi, Alioune Badara Mbengue e Pape Gorgui Ndoye. La loro ambizione va oltre la realizzazione di un semplice chatbot: Awa è stata concepita come una sorta di “super app”, un’interfaccia attraverso cui ottenere informazioni e accedere progressivamente a diversi servizi della vita quotidiana, dalla mobilità alla consegna di pacchi, fino alla possibilità di ordinare cibo.
L’idea parte da un problema che accompagna lo sviluppo dell’intelligenza artificiale contemporanea: la forte disuguaglianza linguistica dei dati disponibili online. I grandi modelli linguistici vengono addestrati utilizzando enormi quantità di testi e altri contenuti digitali, ma questa massa di informazioni non rappresenta allo stesso modo tutte le lingue del mondo.
Secondo i dati citati dai fondatori di Andakia, l’insieme delle lingue africane rappresenterebbe meno dello 0,02% dei dati disponibili su Internet. Una sproporzione che ha conseguenze concrete. Se una lingua è scarsamente presente nei corpus digitali, i sistemi di intelligenza artificiale dispongono infatti di meno materiale con cui apprenderne strutture, lessico, variazioni e usi quotidiani. Ne deriva una minore capacità di comprenderla e utilizzarla correttamente.
È precisamente su questo divario che interviene Awa. Per i suoi sviluppatori, uno degli ostacoli principali consiste nel reperire dati linguistici sufficienti e, soprattutto, di buona qualità, per poi elaborarli e utilizzarli nell’addestramento dei modelli. Il problema non è dunque semplicemente tradurre in wolof o pulaar strumenti pensati altrove, ma costruire una base digitale che permetta alle lingue locali di entrare effettivamente nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.
La questione assume particolare importanza in un continente caratterizzato da una straordinaria diversità linguistica. L’espansione dell’IA rischia infatti di riprodurre una frattura già presente nell’accesso alle tecnologie digitali: chi parla una lingua ampiamente rappresentata online può utilizzare strumenti sempre più sofisticati, mentre chi comunica prevalentemente attraverso lingue scarsamente digitalizzate incontra maggiori difficoltà.
In questa prospettiva, rendere un sistema utilizzabile in wolof e pulaar non costituisce soltanto un’innovazione tecnica. Significa ridurre la distanza tra una tecnologia globale e le pratiche linguistiche quotidiane di una parte della popolazione, consentendo potenzialmente anche a chi non utilizza abitualmente francese o inglese di accedere a servizi basati sull’intelligenza artificiale.
Il nome scelto per l’assistente, Awa, suggerisce inoltre la volontà di presentare la tecnologia non come uno strumento specialistico, ma come una presenza familiare e facilmente utilizzabile. Secondo Mbengue, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare progressivamente uno strato quasi invisibile delle interazioni quotidiane: non necessariamente un’applicazione isolata, dunque, ma un’interfaccia capace di mettere in comunicazione persone, informazioni e servizi.
Prima ancora del lancio ufficiale, i fondatori riferiscono di aver registrato un forte interesse da parte dei potenziali utenti. Il progetto, inoltre, non dovrebbe fermarsi alle prime due lingue: Andakia intende ampliare progressivamente le capacità di Awa integrando altre lingue africane.
La sfida sarà trasformare questa ambizione in uno strumento affidabile e realmente accessibile, affrontando problemi che vanno dalla disponibilità dei dati alla qualità delle risposte. Ma il progetto senegalese indica già una questione destinata a diventare sempre più rilevante: l’accesso all’intelligenza artificiale passa anche attraverso il diritto, molto concreto, di poterle parlare nella propria lingua.


