FREETOWN – Joshua Kamara (nome di fantasia) si lancia dalla barca e raggiunge la riva a nuoto. Il sole sorto da poco, già scotta, saranno 28 gradi e la temperatura non farà altro che salire almeno fino a mezzogiorno. Aiutato da alcuni sfaccendati che sedevano sulla sabbia, aiuta a portare l’imbarcazione in secca. Quando la barca si incaglia a pochi metri dalla battigia si asciuga le mani sui jeans e si avvicina. Gli offro una sigaretta e lui mi chiede da accendere.
“Com’è andata?” Gli domando mentre la fiamma ballonzolava dinanzi agli occhi.
Lui scuote la testa, per loro è stata una brutta giornata. Qualche dentice, qualche cernia e alcuni barracuda.
Un gruppo di donne che sorreggono contenitori di cartone, polistirolo o plastica colorata si avvicinano alla barca. Osservano il sole, visto che non portano l’orologio, e si rendono conto che è tardi. I mercatini rionali pullulano di prodotti e loro, stanno ancora aspettando il pesce. Un collega di Joshua senza la maglietta e con un paio di jeans accorciati al polpaccio, salta nell’acqua, reggendo una cassetta di polistirolo e si avvicina alle donne. Accenna un sorriso e appoggia il contenitore al suolo.
Gli occhi delle donne passano in rassegna il pesce, ben sapendo di cosa sono alla ricerca. Qualcuna di loro si lamenta, perché il quantitativo non è molto elevato. Poi il denaro passa veloce nelle mani dei pescatori e la spiaggia si svuota in fretta. Tutto è finito in pochi minuti, e i pesci portati a riva, hanno lasciato la battigia alloggiati in nuovi contenitori. Una parte di quel denaro, insieme a un barracuda arriva nelle mani di Joshua, che sbraita. Il proprietario della barca scrolla le spalle, entrambi sanno quanto hanno pescato e lui si allontana verso la strada, per potersi appoggiare all’ombra di un albero di mango.
Il problema sono le ingerenze straniere.
Mentre Joshua parla, scopro che nel 2016 il governo ha fatto accordi con la Cina e in cambio di aiuti ha lasciato campo libero a cinque grosse compagnie e a una quarantina di pescherecci. Il totale delle navi straniere che pescano in acque della Sierra Leone ammonta a circa duecento, tutti hanno ottenuto i permessi in maniera legale e pagano le tasse. E il 50% di quello che pescano dovrebbe essere reimmesso nel mercato locale. O almeno così dovrebbe essere.
In seguito a quell’accordo la Cina intendeva anche costruire un porto e un impianto per la lavorazione delle farine di pesce nell’incontaminata Black Johnson Beach, in prossimità della foresta pluviale. Era il 2021 e alcune ONG, insieme alla società civile locale, sono riuscite a bloccare il progetto, dopo aver scoperto che si trattava di una spiaggia protetta, a causa della presenza di specie in via d’estinzione.
Secondo studi recenti quasi l’80% delle operazioni di pesca offshore approvate dalla Cina si trovano in acque africane, e la Sierra Leone è in cima alla lista delle destinazioni preferite.
Joshua lavora con diversi proprietari di piccole barche che si occupano di pesca artigianale. Una pesca che opera principalmente negli estuari dei fiumi e nelle acque costiere e si estende fino a una profondità di circa cinquanta metri.
Il loro tipo di pesca non può competere con i grandi pescherecci, impegnati nella pesca industriale, ma sono loro il vero problema.
Il presidente Julius Maada Bio ha dichiarato nel 2020 che la pesca illegale costa al suo Paese circa 50 milioni di dollari all’anno, con gran parte del pescato che finisce in Asia.
Le flotte illegali, tutte di proprietà straniera, hanno sfruttato le acque della Sierra Leone per quasi quattro decenni.
“Spesso per creare una guerra tra poveri”, continua Joshua, “il governo della Sierra Leone dà la colpa ai nostri vicini Senegalesi, Guineani e Liberiani, ma il loro pescato è poca cosa e, in genere, i pescatori stranieri coesistono e lavorano con noi, pescano gli stessi pesci e utilizzano gli stessi metodi di conservazione e lavorazione. Molto spesso vendono il loro pesce qui, nei mercati locali”.
Addirittura in alcune località, si integrano con le comunità residenti, condividendo risorse, sposando le donne del luogo e vivendo nelle stesse case.
“Il nostro pesce arriva anche nei mercati del Senegal e della Liberia”, conclude Joshua, “questo è sicuro, ma il pescato della Sierra Leone si vende soprattutto nei mercati asiatici che sono perennemente affamati. Non in quelli europei, perché mancano una serie di standard per assicurarne la sicurezza alimentare”.
Joshua borbotta e attende che dal mio pacchetto fuoriesca un’altra sigaretta. La accende e mi dice a mezza voce quello che pensa. “Qualche anno fa hanno bloccato alcuni pescherecci, se cerchi la notizia la trovi anche sul tuo telefono”.
Nel 2021, uno sforzo di collaborazione tra la marina della Sierra Leone e Sea Shepherd Global, un’organizzazione non governativa per la conservazione degli oceani, ha portato al fermo di cinque imbarcazioni di proprietà straniera che operavano senza licenza.
Due provenivano dalla Cina e tre dalla Corea del Sud.
Questi pescherecci, con le loro reti a strascico danneggiano il fondo marino, inquinano e impoveriscono l’ecosistema locale. Gli operatori illegali utilizzano tecniche avanzate per eludere l’individuazione: pescano in zone riservate, falsificano i dati sul pescato, e cambiano spesso la registrazione della nave per evitare di essere rintracciati.
E oltre a tutto ciò i mezzi della marina militare locale consistono in una sola motovedetta che, invece di pattugliare, resta spesso ferma al palo, nel porto di Freetown, per mancanza di carburante, sbraita Joshua, ingoiando avido, il fumo della sigaretta
I quattrocento chilometri di costa atlantica della Sierra Leone, un tempo risorsa fondamentale per l’economia del Paese e per l’alimentazione della popolazione, si stanno trasformando in un parco giochi per pescherecci stranieri, e i posti di lavoro e i benefici economici sono in pericolo.
Sono già diminuiti e sono minacciati dal numero di imbarcazioni straniere impegnate nella pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.
Joshua dopo aver lanciato la sigaretta lontano, mi stringe la mano e si allontana. Andrà a riposarsi, dopo la notte passata in barca, ma forse la soluzione per lui, per sostenere la propria famiglia, è cercare un lavoro in città, magari nella fabbrica di bibite analcoliche. Anche quella ha qualche problema, e di tanto in tanto è costretta a sospendere la produzione, ma offre uno stipendio fisso.
Foto di Lucio Cascavilla


