“Ti staccheremo la testa dal corpo”. Era questo il messaggio arrivato sul telefono di Amal Khalil poche settimane prima del raid. Non era una semplice minaccia, ma una sentenza. La giornalista libanese Amal Khalil, 43 anni, firma del quotidiano Al Akhbar, è rimasta uccisa in un raid delle Israel Defense Forces (IDF) nei pressi di al-Tiri, il 22 aprile scorso, nel sesto giorno di un fragile cessate il fuoco che non ha fermato il sangue nel sud del Libano.
Secondo le ricostruzioni delle autorità di Beirut, la dinamica dei fatti non lascia spazio a dubbi che si sia trattato di una vera e propria esecuzione premeditata. Amal Khalil e la fotografa freelance Zeinab Faraj stavano documentando le operazioni israeliane nel distretto di Bint Jbeil, nel Sud del Libano, quando un primo attacco ha colpito il veicolo che le precedeva. Nel tentativo di salvarsi, le due giornaliste si sono rifugiate in un’abitazione civile, ma non è bastato, perché un secondo attacco ha centrato l’edificio, seppellendole sotto le macerie. Senza mezzi termini, il Ministero della Salute libanese ha usato parole inequivocabili, accusando Israele di aver ‘braccato’ le giornaliste, colpendole con precisione metodica proprio mentre cercavano riparo. Dal canto suo, l’IDF non ha rilasciato commenti specifici, continuando a sostenere di colpire comunque obiettivi militari.
Mentre Zeinab Faraj è stata estratta viva, seppur in gravi condizioni, per Amal Khalil è iniziata un’attesa vana durata ore. La Croce Rossa Libanese e i team di soccorso hanno denunciato l’impossibilità di raggiungere il sito, dato che ogni tentativo di avvicinamento è stato respinto da una pioggia di proiettili che sbarrava la strada, sparati direttamente dalle posizioni israeliane. “Hanno sparato contro l’ambulanza,” hanno denunciato l’Agenzia Nazionale d’Informazione libanese (NNA) e i principali network di Beirut, “i colpi sono stati sparati direttamente verso i paramedici, impedendo di fatto ogni tentativo di estrarre Amal Khalil dalle macerie ancora in vita”.
Questa morte non è una tragedia improvvisa, ma l’epilogo di una lunga serie di minacce e di intimidazioni legate al suo lavoro di documentazione e alla sua presenza costante sul fronte del conflitto, provenienti da ambienti legati ai canali ufficiali e para-istituzionali israeliani che la Khalil più volte aveva denunciato pubblicamente. Nonostante tutto, non si era lasciata intimidire e aveva pubblicato lo screenshot sui suoi canali social, dichiarando: “Il mio lavoro è documentare la verità”.
Negli ultimi mesi, diversi giornalisti che operano nel sud del Libano, compresi reporter di Al Jazeera e Al Akhbar, sono apparsi in “liste nere” pubblicate su canali Telegram estremisti o vicini ad ambienti militari. In queste vere e proprie liste di proscrizione, le foto dei giornalisti vengono pubblicate con le coordinate dei loro spostamenti, indicandoli come “bersagli legittimi” perché accusati di fornire informazioni sui movimenti delle truppe israeliane attraverso i loro reportage. Il suo volto circolava su gruppi social monitorati da analisti della sicurezza, dove veniva accusata di spionaggio sotto la copertura del giornalismo. Queste intimidazioni, denunciate formalmente dal quotidiano Al Akhbar, non hanno mai ricevuto protezione né attenzione dalle autorità internazionali, un numero di telefono si è trasformato in un mirino elettronico.
Le organizzazioni per i diritti umani in Libano e Palestina sostengono dunque che la morte di Khalil si inserisca nel solco profondo dell’eliminazione sistematica dei “testimoni”, colpire chi impugna una telecamera o una penna significa, di fatto, oscurare la realtà del conflitto, trasformandolo in una terra di nessuno dove la verità diventa la prima vittima. “Questa non è la prima volta che Israele impedisce ai servizi di emergenza di raggiungere i giornalisti feriti nei loro attacchi”, ha dichiarato la CEO del CPJ, Comitato per la Protezione dei Giornalisti, Jodie Ginsberg. “I giornalisti sono civili e sono protetti dal diritto internazionale. Il palese disprezzo di Israele per tali norme — e l’incapacità della comunità internazionale di chiederne conto — è aberrante”.
In precedenza, Israele ha già impedito ai giornalisti di ricevere cure mediche, causandone la morte. Secondo il diritto internazionale, gli attacchi contro i civili sono proibiti e tutte le persone ferite devono essere rispettate, protette dai maltrattamenti e ricevere assistenza medica senza discriminazioni. Il recupero del corpo di Amal Khalil dai detriti rappresenta l’ennesimo tassello di una strategia volta a oscurare la verità: un tentativo di blindare la realtà del conflitto eliminando chi ha il coraggio di raccontarla.
Se l’obiettivo dei raid e dei proiettili sparati sulle ambulanze era quello di spegnere una luce scomoda sulla realtà, il risultato però rischia di essere l’opposto: oggi la voce di Amal risuona più forte, amplificata dallo sdegno di una comunità internazionale che non può più voltarsi dall’altra parte. Ora spetta alle corti internazionali e alla coscienza civile impedire che il sud del Libano, come già Gaza, diventi quella “zona d’ombra” dove i crimini possono essere commessi senza che nessuno resti a documentarli.


