Mentre a Gaza e in Libano i reporter pagano con la vita il dovere di testimoniare, in Kuwait la morsa della censura si stringe su una delle voci più autorevoli del panorama internazionale, Ahmed Shihab-Eldin, giornalista kuwaitiano-americano, di origine palestinese, pluripremiato e già collaboratore di testate come The New York Times, PBS e Al Jazeera, detenuto dal 2 marzo 2026 dalle autorità kuwaitiane. Una sparizione che ha spinto il CPJ, Committee to Protect Journalists, a intervenire duramente: «Il giornalismo non è un crimine», ha affermato la direttrice regionale Sara Qudah, esigendo il suo rilascio immediato e incondizionato. Perché senza la possibilità di documentare, verificare e pubblicare, la verità diventa la prima vittima di ogni guerra. Proteggere i giornalisti non significa solo tutelare dei professionisti, ma salvaguardare il diritto di ogni cittadino di conoscere la realtà dei fatti. Shihab-Eldin, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti per le sue inchieste, tra cui un British Journalism Award e l’Amnesty International Human Rights Defender Award, si trovava in Kuwait per far visita alla propria famiglia quando è stato prelevato dalle autorità. Da allora è in stato di detenzione arbitraria, con accesso limitato al proprio avvocato. La sua colpa? Aver esercitato il diritto di cronaca. Prima del suo arresto, infatti, il giornalista aveva commentato immagini e video di pubblico dominio riguardanti il conflitto con l’Iran, incluso un filmato, verificato anche dalla CNN, che mostrava lo schianto di un caccia statunitense nei pressi di una base aerea in Kuwait, filmati e immagini che erano già di pubblico dominio.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la detenzione del giornalista è ‘emblematica’ dell’ ondata repressiva che sta colpendo la libertà di espressione online nella regione nel contesto della guerra in Iran. Le autorità kuwaitiane hanno formalizzato accuse “vaghe e strumentali” secondo il CPJ, quali la diffusione di informazioni false, il danneggiamento della sicurezza nazionale e l’uso improprio del telefono cellulare. Queste imputazioni si inseriscono in un clima di crescente repressione. Il 15 marzo, il Kuwait ha approvato la Legge n. 13 del 2026, che prevede fino a 10 anni di carcere per chiunque diffonda notizie ritenute lesive per le autorità militari.
Se in Kuwait la voce dei giornalisti viene soffocata dietro le sbarre, a Gaza e in Libano viene spenta con la violenza delle armi. In un solo giorno, le forze israeliane hanno ucciso tre operatori dell’informazione: Mohammed Samir Washah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher; Ghada Dayekh, storica voce per Sawt Al-Farah e Suzan Khalil, giornalista e presentatrice di Al-Manar TV e Al-Nour Radio.
”I giornalisti vengono uccisi a un ritmo e su una scala che dovrebbero sconvolgere la coscienza del mondo” ammonisce Sara Qudah, “Questi attacchi non sono incidenti isolati, ma parte di un assalto deliberato alla libertà di stampa per impedire che il mondo veda la realtà del conflitto”. I loro nomi sono solo le ultime gocce di un oceano di sangue. Secondo i dati del CPJ, dall’inizio del conflitto nel 2023, sono almeno 260 i giornalisti uccisi tra Gaza e il Libano, una strage senza precedenti nella storia moderna, che ha trasformato la Striscia di Gaza nel luogo più pericoloso al mondo per chi fa informazione: si stima che un giornalista su dieci sia stato ucciso dall’inizio delle ostilità.
Ma la guerra all’informazione si combatte anche nelle celle. Mentre il Kuwait reclude Shihab-Eldin, secondo i dati del CPJ Israele è oggi tra i primi tre paesi al mondo per numero di giornalisti incarcerati, con oltre 70 operatori dei media palestinesi finiti dietro le sbarre dall’inizio dall’occupazione. La detenzione di Shihab-Eldin e il sacrificio dei reporter a Gaza sono due facce della stessa strategia: mettere a tacere chi osa raccontare la verità. Mentre il Kuwait utilizza leggi sulla sicurezza nazionale per soffocare ogni voce critica indipendente, tra le macerie di Gaza e del Libano, i cronisti cessano di essere testimoni per diventare prede. In entrambi i casi, l’obiettivo è lo stesso, creare un deserto informativo dove l’impunità regna sovrana.
La comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani chiedono al Kuwait il rilascio immediato di Ahmed Shihab-Eldin e l’abrogazione delle leggi che imbavagliano la libertà d’espressione e criminalizzano il dissenso sui social media. A Israele chiedono ancora una volta il rigoroso rispetto del diritto internazionale che tutela i giornalisti e la fine definitiva degli attacchi mirati contro gli operatori della stampa.


