Gli scontri tra soldati governativi e militanti fedeli ad Assad, nella regione costiera della Siria, in tre giorni hanno causato la morte di oltre un migliaio di persone, la gran parte dei quali civili alawiti, considerati da molti “la spina dorsale del regime di Assad”. Gli alawiti hanno costituito una larga parte della base di sostegno di al-Assad per decenni. Ora si teme la vendetta, sebbene il governo abbia affermato di aver soltanto risposto agli attacchi di quel che rimane delle forze di al-Assad, attribuendo la causa della violenza dilagante ad “azioni individuali” che verranno punite.
“La Siria sarà libera, non ci saranno vendette”, aveva promesso Al Jolani, ma in questi giorni così non sembra essere. Oltre ai 125 membri delle forze di sicurezza governative e ai circa 150 militanti di gruppi armati affiliati a Bashar al-Assad, si parla di oltre 750 civili uccisi. Gli scontri scoppiati giovedì hanno segnato una forte escalation nella sfida al nuovo governo di Damasco, a cui è seguita la rappresaglia durissima di Ahmed al-Sharaa, prima noto come Al Jolani, contro i lealisti di Assad, che giovedì scorso hanno lanciato un attacco ben pianificato contro le forze governative salite al potere a dicembre, nella provincia costiera di Latakia, cuore della minoranza alawita. Le tensioni nella regione occidentale erano già cominciate alla fine di dicembre scorso, subito dopo il rovesciamento di Assad, quando i lealisti avevano iniziato a scontrarsi con combattenti di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), guidati da Al Jolani, a Tartus, Latakia e Homs.
Venerdì, per il secondo giorno consecutivo, le forze di sicurezza siriane e i combattenti fedeli all’ex presidente Bashar al-Assad si sono scontrati nella città di Baniyas, a circa 50 chilometri da Latakia, nella Siria occidentale, dove sono rimaste uccise oltre un centinaio di persone da entrambe le parti, e poi nella provincia costiera di Tartus, importante porto della regione. Intanto nella città di Hama, centinaia di persone hanno manifestato in favore delle forze governative: “La Siria sarà libera e unita” gridava la folla, chiedendo anche la testa di Assad.
L’agenzia Reuters ha riferito che i rinforzi governativi sono riusciti a entrare nella città di Latakia venerdì mattina, dopo essere rimasti bloccati il giorno prima a causa dell’interruzione della strada. Anche l’elettricità e l’acqua potabile sono state tagliate in vaste aree attorno a Latakia. Alla periferia della città i combattimenti sono andati avanti per tutto il giorno, con le forze di sicurezza impegnate lungo la strada per Jableh, a sud, mentre i lealisti di Assad hanno tentato di prendere diverse posizioni nella zona. Secondo l’agenzia di stampa statale SANA- Syrian News Agency, in seguito ai sanguinosi combattimenti nella regione, a Tartus e Latakia e nelle zone costiere è stato imposto il coprifuoco fino alle 9 del mattino di sabato.
L’ HTS, che ha guidato l’operazione contro i fedeli di Assad, ha condotto numerosi arresti nella regione su centinaia di persone, che sono state definite “resti” del precedente governo. Da parte loro, gli attivisti alawiti affermano che, da quando Assad è caduto, la loro comunità è stata vittima di violenze e attacchi, in particolare a Homs e Latakia, esprimendo la loro difficoltà per la crescente insicurezza. Da tempo gli alawiti lamentavano che i loro quartieri e le loro case venivano perquisiti alla ricerca di ex militari di Assad, tanto che nella città di Homs evitavano persino di uscire di casa dopo il tramonto. Assad, la sua famiglia e molti membri anziani del suo governo e delle forze di sicurezza sono alawiti, una comunità che comprende circa il 10 percento della popolazione siriana, e questo ha suscitato da subito il timore di essere presi di mira dalle nuove autorità siriane, sebbene HTS abbia insistito sul rispetto nei confronti di tutte le minoranze. Le violenze esplose in questi ultimi giorni, però, hanno messo in evidenza le difficoltà della transizione pacifica da un regime all’altro, nonostante i proclami.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani- SOHR ha riferito che venerdì le forze di sicurezza avrebbero “giustiziato” 52 uomini alawiti nelle città di al-Shir e al-Mukhtariya, nella campagna di Latakia, secondo i video raccolti e le testimonianze fornite dai parenti delle vittime. Secondo l’Osservatorio, sono almeno ”162 i civili alawiti uccisi dalle forze di sicurezza”, ma il triste conto si aggiorna purtroppo di ora in ora. I filmati sono terribili e mostrano decine di corpi di persone uccise in abiti civili, donne che piangono e uomini armati che impartiscono ordini terrorizzando le vittime, prima di sparare a sangue freddo. L’ incaricato d’affari dell’Unione europea per la Siria, Michael Ohnmacht, e l’inviato speciale della Germania per la Siria, Stefan Schneck, hanno condannato le violenze; anche la Francia ha espresso “la sua profonda preoccupazione” per quello che sta accadendo nella regione. In una dichiarazione congiunta, i patriarchi cristiani di Siria hanno affermato: “La Siria ha assistito a una pericolosa escalation di violenza, brutalità e uccisioni, che ha provocato attacchi contro civili innocenti, tra cui donne e bambini”. La speranza è che il Paese riesca a gestire anche questo difficile momento e che possa continuare nel suo percorso di transizione verso la libertà nel rispetto dei diritti umani.


