I viaggiatori taiwanesi non potranno entrare o transitare per la Somalia. Il divieto è entrato in vigore mercoledì 30 Aprile a seguito di un ordine emesso dall’autorità per l’aviazione civile somala.
Sebbene il governo ancora non si sia espresso, il divieto arriva subito dopo il rafforzamento dei legami tra Taiwan e il Somaliland, staccatosi dal paese 34 anni fa. Dichiarò unilateralmente l’indipendenza dal resto della Somalia nel 1991, in seguito al crollo del regime dittatoriale in Somalia guidato dal defunto generale Mohamed Siad Barre.
Il Somaliland sebbene soddisfi quasi tutti i requisiti per essere riconosciuto come stato, battendo una sua moneta, avendo una burocrazia ragionevolmente efficiente, delle forze armate e di polizia preparate e che controllano il territorio, non è stato ancora riconosciuto a livello internazionale.
Nel 2020, il Somaliland e Taiwan hanno istituito ambasciate nelle rispettive capitali, facendo arrabbiare la Somalia, ma soprattutto la Cina.
Le pressioni cinesi non sono un fatto collaterale. Poche ore dopo che l’autorità per l’aviazione civile ha comunicato alle compagnie aeree che i passaporti taiwanesi “non sarebbero stati più validi per l’ingresso o il transito attraverso la Repubblica federale della Somalia” il governo cinese ha espresso apprezzamento per la misura somala definendola “una misura legittima che riflette la ferma adesione della Somalia al principio di una sola Cina” come riferito dal portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun, secondo l’agenzia di stampa AFP.
Non si è fatta attendere la reazione di Taiwan, che dopo aver protestato a livello diplomatico ha definito l’azione somala come “istigata dalla Cina per limitare la libertà di viaggio e la sicurezza dei cittadini taiwanesi” ed ha chiesto al governo somalo di revocare con effetto immediato il divieto, esortando i propri cittadini a non recarsi in Somalia e nel Somaliland per la propria sicurezza fino a quando la Somalia non ritirerà tale divieto di ingresso.
È quantomeno sorprendente ravvisare come questioni apparentemente lontane, almeno a livello geografico, si intersechino andando ad impattare sul libero scambio ed accesso. Del resto la questione Taiwanese non è la prima volta che va ad incrociarsi con crisi in altri continenti, basti vedere come spesso venga associata alla crisi ucraina, come merce di scambio (silenziosa) per la posizione cinese in merito, sebbene gli Usa abbiano aumentato in maniera vertiginosa le attività nel Pacifico proprio per timore di mosse cinesi dell’ultimo secondo.
Anche qui, sebbene Taiwan abbia un proprio territorio, una propria costituzione e tenga regolarmente elezioni democratiche, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio sovrano ed ha più volte minacciato di usare la forza – se fosse necessario – per portare l’isola sotto il proprio diretto controllo.
La Cina vede il rapporto di Taiwan con il Somaliland come un potenziale disgregatore della sua Belt and Road Initiative, che prevede di sviluppare rotte commerciali marittime e terrestri in tutta l’Asia, il Medio Oriente e l’Africa.
Al centro degli interessi quindi potrebbero esservi le attività del porto di Berbera (altamente strategico) ed un approccio che intralci la continuità della Via della Seta Marittima cinese, lungo la costa orientale dell’Africa; un’eventualità che non può essere contemplata.
Inoltre, la presenza cinese, in chiave militare, nella vicina Djibouti, e ciò non può di certo far piacere ai cinesi. La presenza taiwanese nel Somaliland, apre al paese il continente.
Taiwan vede la Somaliland come il primo passo nelle sue ambizioni nella regione; “il Somaliland è la porta di Taiwan verso l’Africa orientale” – dice il rappresentante taiwanese in Somaliland, Allen Chenhwa Lou – ” da qui rappresento Taiwan in 10 paesi dell’Africa orientale, tra cui Kenya ed Etiopia“.
Da parte del Somaliland c’è fermezza; il ministro degli Esteri ad interim, Liban Yousuf Osman, difende la relazione, dicendo che i due territori hanno valori condivisi nella democrazia e nella libertà.


