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Analisi

Splendori e miserie d’Africa

È trascorso un anno dalle insurrezioni popolari che hanno messo a soqquadro l’Africa, ponendo di fatto Macron di fronte al dilemma: cambiare rotta o rinunciare alla Françafrique. Non c’è dubbio, infatti, che la crisi geo-politica in atto, di fatto una nuova Guerra fredda sotto altre vesti, con il coinvolgimento diretto della Cina, non a caso attivissima nel continente nero, e un’alleanza anti-occidentale che vede la Russia al fianco dei cosiddetti BRICS e di molti altri paesi emergenti, non c’è dubbio, dicevamo, che il conflitto che sta andando in scena veda nell’Africa un attore di primo piano. Non si tratta solo di risorse, pure essenziali, soprattutto in un pianeta pervaso da tensioni crescenti e nel quale la guerra ibrida è ormai più importante di quella guerreggiata, ma di una forma di novella colonizzazione che non ha più il volto spietato dei conquistatori europei del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo bensì quello furbo dei dominatori del Ventunesimo. Mai, per dire, Xi Jinping si sognerebbe di utilizzare i metodi repressivi e feroci di Leopoldo II del Belgio, mai getterebbe l’iprite sui villaggi abissini come fece Mussolini, mai compirebbe una sola delle barbarie di cui l’Occidente, oggi strenuo difensore, almeno a parole, dei diritti umani si riempie la bocca a ogni piè sospinto. Eppure, l’avanzata del Dragone nella culla della civiltà umana appare inarrestabile. Perché? Perché Xi ha imparato a meraviglia la lezione di Mao, puntando su una rivoluzione culturale permanente e su una penetrazione linguistica, ideologica e commerciale anziché su un dominio militare faticoso e,  sostanzialmente, insostenibile. E così, oggi la Cina investe in Africa parecchi miliardi all’anno, ne finanzia lo sviluppo e se ne assicura la comprensibile fedeltà. Un po’ diverso, ma non molto, è l’approccio russo, tanto che nei paesi insorti negli ultimi anni contro la madrepatria francese i manifestanti non esitavano a inneggiare apertamente a Putin. Cosa ci dice questo? Che lo schema della globalizzazione capitalista e del mondo unipolare a trazione americana sia ormai saltato e che non tornerà. La guerra in Ucraina lo ha confermato agli scettici, ma già i prima i segnali in tal senso erano inequivocabili. Sarebbe bastato dare un’occhiata a ciò che stava accadendo in Burkina Faso, in Mali, in Niger e in altri paesi di cui ci ricordiamo, al massimo, quando un barcone si ribalta al largo delle coste lampedusane per avere la certezza che nulla sarebbe stato più come prima, e verrebbe d da dire: meno male!
Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario del bagno di sangue che segnò il Rwanda, con la guerra civile fra Hutu e Tutsi, in cui la Francia ha più di una responsabilità, emblematica di una fase post-coloniale che dovrebbe indurci a interrogarci sulle radici della crisi esistenziale che stiamo attraversando. La situazione, purtroppo, non è migliorata, soprattutto se consideriamo la guerra civile che sta dilaniando il Sudan e se prendiamo in considerazione uno dei BRICS, il Sudafrica, alle prese don la difficile gestione del post-mandelismo e con il progressivo accantonamento degli ideali e della lezione storica e umanitaria di una delle sue icone.
Nessun continente ci parla come l’Africa, ricordandoci come eravamo e dicendoci espressamente come siamo diventati. Costituisce, insomma, il nostro specchio: la fedele riproduzione della nostra essenza, al netto dell’ipocrisia con la quale siamo soliti rappresentarci. Il nostro rapporto di amore e odio con questo continente, pertanto, deriva da qui: dall’impossibilità di mentirgli. Noi, difatti, possiamo raccontare a chiunque che siamo belli, bravi e giusti ma non agli africani. Loro sanno chi siamo davvero, come ci siamo comportati nella loro terra, come l’abbiamo depredata e continuiamo a depredarla, cos’hanno fatto e continuano a fare le multinazionali e come l’abbiamo lasciata sola di fronte a emergenze come l’AIDS e persino il Covid, benché sarebbe stato nel nostro interesse aiutarli a sconfiggere entrambi. Loro sanno perché inneggiano a Putin, esaltandolo come una sorta di liberatore, e pur essendo coscienti del fatto che in realtà sia un despota, non possiamo ignorare, pur non condividendolo, il loro punto di vista. Così come non possiamo continuare a crogiolarci con la favola della Russia isolata nel contesto globale, in quanto è vero esattamente il contrario. Al punto in cui siamo, nell’ambito delle relazioni internazionali, degli scambi sociali e delle interconnessioni economiche e commerciali, non possiamo insomma che prendere atto di dover cominciare a trattare da pari a pari un universo in crescita e in ascesa, desideroso di conquistarsi un posto nella storia e stanco di essere spolpato e ridotto in miseria. Russia e Cina se lo stanno comprando pezzo dopo pezzo, lasciandogli però l’illusione di un’emancipazione che non è nelle loro intenzioni né nel loro interesse. Se l’Europa vuole avere un domani, ora che l’America si sta definitivamente trumpizzando, dunque affidando a un isolazionismo che finirà col distruggerla, privandola del ruolo globale che ha avuto negli ultimi ottant’anni e, più che mai, del sogno di cartapesta che ha animato la sua retorica e la sua auto-narrazione, deve stipulare con l’Africa un patto di vera emancipazione, di libero scambio dei saperi e delle persone e di collaborazione duratura, accantonando ogni pretesa predatoria e dando vita a un’intesa privilegiata che potrebbe rivelarsi estremamente proficua per entrambe. Sarebbe, quella, la globalizzazione delle idee e della democrazia: ne avevamo bisogno già trent’anni fa e ne abbiamo ancor più bisogno adesso. Peccato che alle nostre latitudini siano rimasti molti politici ma quasi nessuno statista.
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