Questo articolo nasce da un commento ricevuto in risposta a un nostro articolo sulla nuova presidente della Namibia. Un lettore ci ha chiesto se la sua elezione non rappresenti l’ennesimo episodio di “state capture” nel Paese africano. Pur riconoscendo la legittimità della domanda, riteniamo doveroso chiarire che non disponiamo di elementi per affermare un coinvolgimento diretto della nuova presidente in dinamiche di cattura dello Stato. Tuttavia, riteniamo utile cogliere l’occasione per spiegare cosa si intenda con “state capture”, attraverso una riflessione ampia che parte dai due casi africani più noti – Sudafrica e Namibia – per poi proporre qualche considerazione sul contesto italiano.
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Il concetto di “state capture” (letteralmente: cattura dello Stato) si è affermato negli ultimi decenni come una delle categorie chiave per comprendere forme avanzate e sistemiche di corruzione politica. Mentre la corruzione tradizionale descrive lo scambio illecito tra pubblico e privato (tangenti, favoritismi, abusi), la “state capture” indica un livello più profondo: quello in cui attori privati riescono a influenzare, manipolare o addirittura controllare le istituzioni statali, piegando leggi, politiche e nomine pubbliche ai propri interessi.
Il termine “state capture” viene formalizzato nei primi anni Duemila da studiosi della Banca Mondiale, tra cui Joel Hellman, Geraint Jones e Daniel Kaufmann, per descrivere la situazione di alcuni paesi post-sovietici. In quei contesti, gruppi oligarchici erano riusciti a influenzare la scrittura delle leggi e a indirizzare le scelte istituzionali a proprio vantaggio, ben oltre la semplice corruzione amministrativa. Si parlava allora di una “transizione catturata”, ovvero di una traiettoria democratica e di mercato deviata dall’intervento sistemico di poteri economici privati.
In Sudafrica, il concetto di “state capture” ha conosciuto una diffusione pubblica senza precedenti, diventando parte del linguaggio comune. Ciò è avvenuto nel corso della presidenza di Jacob Zuma (2009-2018), durante la quale la famiglia Gupta, imprenditori di origine indiana, ha acquisito un’influenza crescente sul governo. I fratelli Gupta (Ajay, Atul e Rajesh “Tony” Gupta, ma vanno considerati anche i nipoti di Atul: Varun, Ashish e Amol; questi ultimi due residenti negli Stati Uniti) sono riusciti a influenzare la nomina di ministri, a ottenere appalti pubblici, a manipolare agenzie statali e a condizionare l’agenda politica del paese.
Le denunce giornalistiche e le inchieste giudiziarie portarono alla creazione della Commissione ‘Zondo’, che tra il 2018 e il 2022 ha raccolto migliaia di pagine di testimonianze e documenti, confermando l’esistenza di una “cattura dello Stato”. Il termine è stato così consacrato anche dal punto di vista istituzionale, entrando nel lessico politico sudafricano. Il caso sudafricano si distingue per la sua scala sistemica: non si trattava solo di casi di corruzione isolata, ma di un progetto organico e pervasivo di controllo statale da parte di un attore economico privato.
Nel 2019, anche in Namibia esplose un caso che portò il termine “state capture” al centro del dibattito. Lo scandalo ‘Fishrot’ riguardò la società islandese Samherji, accusata di aver versato tangenti a funzionari e ministri namibiani in cambio di concessioni per la pesca nelle acque territoriali del paese. Le rivelazioni vennero da un whistleblower, Jóhannes Stefánsson, ex dirigente della compagnia, che fornì documenti e testimonianze decisive. Le tangenti coinvolgevano milioni di dollari e indicavano un sistema collusivo tra politica e affari.
Sebbene di portata più circoscritta rispetto al caso sudafricano, lo scandalo Fishrot mostrò come la logica della “cattura” potesse operare anche in contesti apparentemente meno vulnerabili, e come gli interessi economici transnazionali potessero infiltrarsi nel cuore delle politiche pubbliche africane. La Namibia, considerata uno dei paesi africani più stabili e democratici, divenne così un esempio di come anche Stati apparentemente solidi possano essere vulnerabili a forme sofisticate di corruzione sistemica.
A differenza della semplice corruzione, lo “state capture” implica un controllo strutturale sulle funzioni dello Stato da parte di attori privati o di reti politico-economiche. In Italia, si è spesso discusso del “conflitto di interessi” come forma di contaminazione tra sfera pubblica e sfera privata, specialmente in relazione alla figura di Silvio Berlusconi e altri politici degli ultimi decenni. Tuttavia, questo parallelo rischia di semplificare troppo il concetto di “state capture”. Mentre il conflitto di interessi italiano si manifestava in modo esplicito e oggetto di dibattito istituzionale, la “state capture” opera spesso in maniera opaca, sotterranea, attraverso cooptazioni, nomine strategiche e modifiche legislative mirate.
Più che un’analogia diretta, possiamo considerare lo “state capture” come una lente per interpretare le forme contemporanee di potere privato che si appropriano degli strumenti pubblici, riducendo la distanza tra élite economiche e decisori politici. Questo accade sia nei paesi africani in via di consolidamento democratico, sia nelle democrazie mature, sebbene con modalità differenti.
Il concetto di “state capture” rappresenta una chiave interpretativa cruciale per comprendere le trasformazioni contemporanee del potere. Dal Sudafrica alla Namibia, passando per contesti occidentali come l’Italia, la questione del rapporto tra Stato e interessi privati mostra la necessità di ripensare le garanzie democratiche, la trasparenza delle istituzioni e il ruolo della società civile. Studiare i casi africani non è solo un esercizio esotico, ma un modo per riflettere su dinamiche che attraversano anche le nostre democrazie europee, in forme forse meno visibili, ma altrettanto incisive.


