“Facilis descensus Averno” scriveva Virgilio: la discesa è agevole, ma risalire è la vera impresa. Questa massima millenaria oggi descrive perfettamente la parabola dell’amministrazione Trump e del suo approccio ai conflitti globali. Entrare in guerra è stato facile, quasi istintivo, guidato dalla sicumera di chi pensa che il mondo sia un grande videogioco immobiliare dove ogni problema si risolve con un colpo di click o un atto di forza virtuale. Ma la realtà si sta rivelando ben più complessa: la guerra non è un deal da chiudere in una boardroom; è una stoffa viva che, una volta strappata, non si lascia rammendare facilmente.
La logica del sarto inesperto: quando ago e filo non bastano
A prima vista, confezionare un berretto, come diceva mia nonna, sembra un gioco da ragazzi: un po’ di stoffa, forbici, ago e filo, e il gioco è fatto. È la stessa logica “terra terra” con cui è stato approcciato il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran: basta qualche finta trattativa per far uscire il nemico allo scoperto, un attacco mirato al momento giusto da parte di Israele, e la volontà di “buttare un pugno di morti sul tavolo della pace” (come ebbe a dire Benito Mussolini per giustificare la sua aggressione alla Francia sposando la guerra di Adolph Hitler che sembrava ormai vinta) facendo fare prima gran parte del lavoro sporco all’alleato per trarne profitto con poco sforzo.
Tuttavia, come ogni sarto sa, il problema sorge quando bisogna dare la forma al berretto. Se non calcoli le “pince”, se ignori l’elasticità del materiale, il berretto non calza. Fu l’errore di Mussolini e sembra essere l’errore di Trump: sottovalutare la resistenza della “stoffa”. Gli attori geopolitici non sono pezzi di tessuto inerte; sono popoli con ideologie, religioni e passioni. Ragionare con loro usando la pura logica del commerciante significa ignorare l’anima dei conflitti e cosa li ravviva mentre sembrano morenti. Le fedi e le identità non accettano fatture e non si negoziano con uno sconto commerciale
L’Iran e il “Dazio Immateriale”: La psicologia del portafoglio
L’Iran ha dimostrato di aver studiato la psicologia trumpiana meglio di molti alleati occidentali. Sapendo che il Presidente americano rifugge i costi politici delle guerre lunghe, Teheran ha inventato un “dazio economico globale”. Non potendo vincere sul piano balistico, ha colpito l’unico nervo scoperto del commerciante: il portafoglio suo, dei suoi elettori e di chi lo appoggia.
Interrompendo la fluidità dei mercati mediante il terrore dei suoi droni e missili e alzando il prezzo dell’energia, l’Iran ha trasferito il costo della guerra direttamente nelle case dei cittadini USA e degli alleati sotto forma di aumento dei prezzi dell’energia e crollo delle borse. È una strategia di logoramento che trasforma il conflitto in una tassa invisibile ma insopportabile. Trump, che aveva promesso prosperità, si ritrova ora a dover giustificare perché il suo “grande accordo” stia invece impoverendo l’elettore di Washington, di Londra, Berlino, Tokyo o Roma. La discesa nell’Averno è stata rapida, ma ora il sentiero di risalita è sbarrato da un muro di inflazione che viene sempre più innalzato dall’Iran con attacchi agli alleati del Golfo e minacce alle petroliere che le assicurazioni recepiscono innalzando a dismisura i premi.
La solitudine dello “Struzzo”: I primi ministri sedicenti “amici” del tycoon e i “pontieri” senza ponti
In questo scenario, il ruolo degli alleati europei emerge in tutta la sua tragica ambiguità. L’esempio dell’Italia è emblematico. Il governo Giorgia Meloni aveva investito massicciamente nell’idea di una “relazione privilegiata” con Trump, proponendosi come il ponte indispensabile tra Washington e Bruxelles.
Tuttavia, la realtà dei fatti ha smentito brutalmente questa narrazione. Trump ha agito senza consultare né informare il suo sedicente “partner privilegiato”, trascinando l’Italia con sé nell’Averno per pura decisione unilaterale. La risposta della Meloni è stata la tattica dello struzzo: testa sotto la sabbia per non dover criticare il suo alleato e preservare un legame ideologico che, all’atto pratico, si è rivelato a senso unico. Ma quanto può durare questa postura? Le cancellerie europee si trovano oggi nella posizione di “soci di minoranza” che subiscono le perdite senza aver deciso gli investimenti. La fedeltà al bombardatore rischia di diventare un suicidio politico quando la pressione dell’elettorato, colpito dal dazio iraniano, diventerà insostenibile.
Verso e una vittoria di cartapesta e una sconfitta alle elezioni di Mid-term
Il conto alla rovescia per le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 è da tempo iniziato. Trump si trova davanti a un bivio: fingere che il berretto non sia deforme ma solo originale e porselo in testa illudendosi di farlo passare per una nuova moda, o dichiarare una “vittoria inesistente” seguendo il precedente della Groenlandia. È probabile che scelga la seconda via, annunciando di aver raggiunto i suoi obiettivi non appena il dissenso interno e quello degli alleati (Spagna, Francia, Gran Bretagna in primis) diventerà ingestibile. Intanto il regime liberticida iraniano, sotto la nuova guida, il Consiglio di leadership provvisorio con a capo il presidente Masoud Pezeshkian, una guida determinata proprio da Trump mediante l’eliminazione (per usare un indulgente eufemismo) della Guida Suprema, Ali Khamenei, si mostra più nobile del tycoon di Washington chiedendo scusa ai vicini coinvolti nella guerra difensiva con attacchi contro le basi statunitensi che ospitano. Le sue parole, pronunciate senza tenere conto delle possibili forti reazioni e critiche, che puntualmente gli sono giunte dall’interno e dall’esterno dell’Iran, sono state: “Chiedo scusa ai Paesi confinanti che sono stati attaccati dall’Iran” (Ansa – Swissinfo).
Sarebbe interessante sapere quando Trump o il suo fedele alleato Benjamin Netanyahu sarebbero capaci di dire altrettanto alle migliaia di civili che hanno contribuito a uccidere grazie agli ordini impartiti alle loro forze armate (non esclusi donne, bambini ed anziani). Intanto che i due acquisiscano consapevolezza dei crimini da essi compiuti (semmai ci riusciranno), possiamo fornire noi la risposta: non ne sono capaci. Mentre il presidente iraniano cercava di placare i vicini, la linea dei due leader è stata di estrema fermezza e rivendicazione militare. Trump non ha mostrato alcuna intenzione di scusarsi, anzi ha rivendicato con forza gli attacchi degli Stati Uniti. Il 2 marzo 2026 ha dichiarato che l’Iran è una “nazione fuori controllo” e ha affermato che il suo obiettivo è eliminare il regime in tempi brevi (4-5 settimane). Ha inoltre interpretato le scuse di Pezeshkian come un segnale di resa (subito smentito) dovuto alla pressione dei raid americani. Netanyahu si è limitato a dichiarare che Israele ha distrutto gran parte delle difese aeree iraniane e ha raggiunto la “superiorità totale”. Le dichiarazioni di Trump e Netanyahu si disinteressano totalmente del fatto che l’eliminazione del regime iraniano e il raggiungimento della superiorità totale fossero stati ottenuti al di fuori del diritto internazionale (come osservato anche da un politico tanto riluttante a bacchettare Stati Uniti e Israele come il ministro italiano Guido Crosetto) e delle conseguenze causate alla popolazione civile.
Ora, se la guerra durerà più del previsto e se i costi per gli Stati Uniti e per gli alleati (che sentono il morso dell’inflazione e spingono per una rapida conclusione) diventeranno insopportabili, per Trump, uscire dall’Averno con una bugia tipo quella per la Groenlandia che gli obiettivi sono stati raggiunti, non ripara la stoffa sprecata o strappata senza confezionare il berretto. Le ferite economiche, il logoramento delle alleanze transatlantiche e la dimostrazione che la logica del commerciante fallisce contro la passione dei popoli resteranno come cicatrici indelebili. La storia insegna che il “pugno di morti” di Mussolini in una guerra che gli sembrava già vinta e terminata non gli assicurò alcuna pace rapida e vantaggiosa, anzi; resta da vedere se la “vittoria di carta” di Trump basterà a salvare la sua presidenza prima che l’Averno gli presenti il conto finale e gli renda impossibile la risalita, ovvero la rielezione.


