Skip to content
News

Strage di innocenti a Kabul, il Pakistan bombarda un ospedale, il mondo resta a guardare

"Mentre Kabul piange centinaia di innocenti tra le macerie, Islamabad trasforma il confine coloniale in una linea di fuoco nell'indifferenza delle potenze globali"

KABUL – Una pioggia di fuoco si è abbattuta nella notte sulla capitale afghana, segnando una drammatica escalation nel conflitto transfrontaliero tra Pakistan e Afghanistan. Mentre il cielo di Kabul veniva solcato dai caccia pakistani, una serie di esplosioni devastanti ha scosso le fondamenta della città, lasciando la popolazione civile nel terrore e innescando una crisi umanitaria immediata. Poco dopo il tramonto di lunedì 16 marzo, i residenti di Kabul hanno udito il rombo inconfondibile dei jet militari, seguito da deflagrazioni che hanno fatto tremare gli edifici nel cuore della città. La risposta delle forze talebane non si è fatta attendere: un fitto fuoco della contraerea ha illuminato il cielo nel tentativo di intercettare i velivoli. I testimoni nei pressi dell’aeroporto descrivono scene di panico assoluto: “Cercavamo solo un riparo, le finestre esplodevano”, ha raccontato un residente. Le autorità hanno ordinato alla popolazione di rifugiarsi nei seminterrati, mentre il bilancio delle vittime iniziava a delinearsi in tutta la sua tragicità.

Il cuore della tragedia è il Centro di riabilitazione Omar, una struttura vitale che ospitava oltre 1.000 pazienti in lotta contro la tossicodipendenza. Il complesso è stato centrato in pieno; il numero delle vittime finora confermate è di oltre 400 morti e 150 feriti gravi. I soccorritori hanno scavato a mani nude tra le macerie: “Non abbiamo ambulanze, non abbiamo morfina,” dichiara un medico del pronto soccorso. “Molti sopravvissuti alle bombe moriranno per mancanza di cure nelle prossime ore.”

Annunci

Qui emerge la colpa speculare del regime: se le bombe sono pakistane, l’incapacità di reagire alla catastrofe è il risultato di anni di gestione talebana che ha portato il Paese al totale collasso economico e sociale. L’isolamento internazionale, la fuga dei cervelli e lo smantellamento dei servizi essenziali hanno ridotto le infrastrutture sanitarie a scheletri impotenti. Quella che una volta era una rete di soccorso, oggi è un sistema paralizzato, lasciando i sopravvissuti a morire per ferite curabili in un Paese che non ha più farmaci né specialisti.

Le autorità afghane hanno definito l’attacco un “atto barbarico e codardo”. Colpire deliberatamente pazienti vulnerabili rappresenta una palese violazione del diritto internazionale umanitario; per questo, Kabul ha invocato una condanna unanime e immediata da parte della comunità globale.

L’offensiva di Islamabad non si è limitata a Kabul. Attacchi coordinati hanno colpito le province di Kandahar, Paktia, Khost e Nangarhar, puntando ai nervi scoperti della logistica civile. A Kandahar è stato centrato il deposito della compagnia Kam Air. Le fiamme hanno consumato 1.600 tonnellate di carburante, bloccando di fatto i voli del Programma Alimentare Mondiale (WFP). Senza aerei, la distribuzione di generi di prima necessità è paralizzata, privando dunque intere province dalla distribuzione di cibo e medicinali proprio mentre la morsa della carestia si stringe.

A Khost, situata proprio lungo la contestata Linea Durand, il fuoco di mortaio ha ucciso diversi residenti, tra cui molti bambini, mentre si moltiplicano le notizie di arresti di massa di rifugiati afghani oltre confine. Mentre Islamabad giustifica le operazioni come “azioni di precisione” contro le basi operative del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), la realtà sul campo suggerisce una strategia diversa: usare il terrore sui civili per costringere Kabul a cedere sulla questione dei confini.

 Al centro di tutto giace la Linea Durand. Tracciata nel 1893 dal diplomatico britannico Sir Mortimer Durand, questa linea di 2.640 chilometri non è mai stata riconosciuta da Kabul. Essa divide artificialmente la nazione Pashtun, separando tribù e famiglie. Per Kabul rimane una ferita coloniale aperta che nega l’identità nazionale, per Islamabad è un confine internazionale inviolabile da proteggere con recinzioni di filo spinato e torrette. L’offensiva attuale appare come un tentativo di imporre con la forza il riconoscimento di questo confine. Colpendo ospedali e depositi civili, il Pakistan invia un messaggio: la sovranità afghana sarà rispettata solo se Kabul accetterà la mappa coloniale del 1893, rinunciando al sogno del “Grande Pashtunistan”. Finché questo nodo non verrà sciolto, la Linea Durand non sarà un confine, ma una trincea.

Nonostante la gravità di un’offensiva che non sembra aver risparmiato alcun obiettivo civile, il resto del mondo resta immobile, prigioniero di una paralisi diplomatica che rasenta l’indifferenza. Le Nazioni Unite si limitano a sterili note di ‘profonda preoccupazione’ senza varare sanzioni concrete, mentre le potenze regionali restano a guardare. La Cina osserva il caos con estrema cautela, preoccupata per un possibile effetto domino, mentre l’Iran, stretto nella morsa del proprio conflitto bellico, non ha né le risorse né lo spazio politico per intervenire e frenare l’aggressività di Islamabad.

 L’Occidente, dal canto suo, appare ormai troppo distratto da altri fronti caldi per occuparsi di Kabul, declassando il dramma afghano a un semplice ‘rumore di fondo’ geopolitico.

Mentre il fumo degli incendi oscura ancora il cielo di Kabul, resta un interrogativo di fondo: quanta altra sofferenza dovrà sopportare il popolo afghano, stretto tra l’aggressione esterna e il fallimento interno, prima che il diritto internazionale smetta di essere un concetto astratto e diventi protezione reale?

Annunci
AfghanistanbombeKabulPakistan
Torna su
No results found...