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Conflitti

Sud Sudan, chiuso un altro ospedale dopo un bombardamento a febbraio

Nel decennale della Risoluzione Onu 2286, che dovrebbe tutelare gli operatori umanitari, Msf ne denuncia il fallimento

La ricorrenza decennale della Risoluzione 2286 ONU, che dovrebbe tutelare gli operatori umanitari, è coincisa con la chiusura dell’ospedale di Lankien in Sud Sudan.

Il 3 maggio 2026, che ha segnato il decimo anniversario dell’adozione che aveva rappresentato un importante passo in avanti verso la protezione del personale sanitario, delle infrastrutture e delle attrezzature mediche nei conflitti armati, ha però rappresentato il fallimento di quella risoluzione nel 2016, oltre 80 Paesi, Italia compresa, si erano impegnati a rispettare il diritto internazionale umanitario, garantendo che ospedali, mezzi di trasporto e operatori sanitari siano al sicuro dalle violenze. Tuttavia, a distanza di dieci anni, la realtà sul terreno continua a dipingersi come un quadro preoccupante di violazioni e di crescente violenza contro le strutture sanitarie, come tristemente testimoniato dall’ultimo attacco all’ospedale di Lankien, in Sud Sudan. Il 3 febbraio scorso, la struttura gestita da Medici Senza Frontiere è stata oggetto di un bombardamento che ha segnato la fine di oltre trent’anni di assistenza medica alla comunità di Jonglei. L’attacco, da parte delle forze governative secondo le testimonianze, ha causato la distruzione totale delle forniture mediche, delle strutture, e ha lasciato le circa 250.000 persone che vi facevano affidamento senza accesso a cure vitali. Nei giorni successivi, il complesso sanitario è stato saccheggiato, vandalizzato e bruciato, lasciando un segno indelebile di devastazione e di perdita di un’importante risorsa umanitaria.

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Questa tragedia ha rappresentato anche una rottura con la spinta internazionale di salvaguardia degli spazi sanitari. Non si tratta di un episodio isolato: dal gennaio 2025, quattro ospedali di MSF sono stati costretti a chiudere in Sud Sudan a causa degli attacchi. Sono già circa 12 gli episodi di violenza e di distruzione contro strutture e personale sanitario, lasciando centinaia di migliaia di civili senza assistenza medica. In questo scenario, la guerra silenziosa contro i luoghi di cura si traduce in un preoccupante aumento delle vittime, spesso innocenti, di conflitti armati che ignorano i principi fondamentali dell’umanità.

MSF, attraverso il suo rappresentante Gul Badshah, ha espresso forte indignazione e preoccupazione: “Gli attacchi alle strutture mediche, agli operatori sanitari e ai civili sono inaccettabili e devono cessare immediatamente. Le violazioni del diritto umanitario, che dovrebbero essere rispettate da tutte le parti in conflitto, si sono purtroppo trasformate in una trama quotidiana che mette a rischio vite umane e mina ogni sforzo di pace e riparazione”.

L’organizzazione non governativa ha chiesto con fermezza alle autorità sudsudanesi di fornire spiegazioni trasparenti e di adottare misure concrete per prevenire ulteriori attacchi, garantendo l’effettivo rispetto della Risoluzione ONU 2286. La protezione delle strutture sanitarie e del personale medico deve essere una priorità assoluta, per mantenere almeno un minimo di umanità nelle guerre che devastano questo Paese.

La distruzione dell’ospedale di Lankien rappresenta un’enorme perdita per tutta la regione, che si aggiunge alla lunga lista di strutture sanitarie che, sotto pressione di continue violenze, hanno dovuto sospendere le loro attività. Prima della sua chiusura, l’ospedale aveva rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per l’accesso alle cure di emergenza in un’area a servizi sanitari estremamente limitati. La sua perdita si traduce in una drammatica diminuzione delle possibilità di cura, con un conseguente aumento di morti evitabili e di sofferenza umana.

Il decennale della Risoluzione 2286 avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per rafforzare l’impegno internazionale nella tutela delle strutture sanitarie in zone di conflitto. Purtroppo, i fatti di Lankien e altri simili ci ricordano che le parole devono essere accompagnate da azioni concrete e tempestive. La comunità internazionale, e in primis le parti in conflitto, sono chiamate a rispettare i principi di distinzione e proporzionalità, fondamentali per la protezione di civili e operatori sanitari sui fronti di guerra.

Il caso di Lankien è un doloroso monito: senza un’effettiva protezione e rispetto per le strutture sanitarie, il rischio è che quello che era un’eccezione diventi la regola, alimentando un ciclo di violenza e sofferenza inaccettabile. Ora più che mai, occorre un impegno forte e deciso affinché incidenti come quello di Lankien non si ripetano, e che il diritto alla salute, sancito dalla legge internazionale, possa essere garantito a tutti, indipendentemente dalla guerra e dai conflitti.

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