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Diritti umani

Sudafrica, l’eredità di Soweto a cinquant’anni dalla rivolta degli studenti contro l’apartheid

In Sudafrica la Giornata della Gioventù ricorda la rivolta di Soweto del 1976, quando migliaia di studenti neri protestarono contro le politiche educative dell’apartheid, dando vita a una mobilitazione che contribuì a cambiare la storia del Paese.

Non sentii gli agenti di pubblica sicurezza dare ordini di disperdersi alla folla di studenti prima che lanciassero su di essa gas lacrimogeni. I giovani manifestanti si sparpagliarono in ogni direzione… poi si concentrarono di nuovo e, quando la polizia caricò, cominciarono a colpirla lanciando sassi. Le forze dell’ordine, allora, spararono qualche colpo in aria, qualche altro sulla folla. Vidi quattro studenti cadere a terra.

Un reporter del Rand Daily Mail così raccontò l’inizio degli scontri tra gli studenti neri della township di Soweto, in Sudafrica, e la polizia, la mattina del 16 giugno 1976. Un altro giornalista, Willie Bokala disse di aver visto un agente di polizia prendere un sasso e lanciarlo sulla folla dei manifestanti: secondo alcuni, la prima fila di studenti fece dietrofront e tutti cominciarono a disperdersi; secondo altri, gli studenti reagirono con una sassaiola contro i poliziotti. C’è chi sostenne che fosse stata la polizia a provocare per prima, aprendo il fuoco.

Dan Montisisi, uno studente liceale tra gli organizzatori della protesta, ha raccontato che quella mattina, subito dopo la preghiera a scuola, si era diretto, con i suoi compagni, verso la Morris Isaacson High School dove vide «qualcosa come seimila tra studenti e adulti in marcia, dal momento che molti genitori non erano andati al lavoro». L’atmosfera sembrava tranquilla quando, a un tratto, Dan fu sorpreso da una pioggia di sassi lanciati contro un furgone del comune: alcune studentesse, che costituivano buona parte della prima fila del corteo, si erano avventate contro il veicolo, dal quale cercavano di tirare fuori un uomo. Un bianco.

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I manifestanti protestavano contro una legge emanata nel 1974 dal Ministro della Bantu Education, Michael C. Botha, e dal suo vice, Andries Treurnicht, attraverso la quale l’afrikaans – o anche “olandese africano”, un idioma a base olandese con influssi inglesi e portoghesi – diventava, al pari dell’inglese, la lingua per l’insegnamento ai neri sudafricani.

Cosa accadde di preciso quella mattina, a Soweto – quando, già all’alba, una folla di quindicimila studenti, fra i 10 e i 20 anni, si era radunata nella township più grande di Johannesburg, pronta a marciare al grido di: «Abbasso l’afrikaans, l’afrikaans è la lingua dell’oppressore […]» -, non è mai stato del tutto chiarito. Anche il bilancio delle vittime, alla fine di quella giornata, è rimasto incerto: alcune fonti parlano di 25 morti, altre di quasi 100: ai giornalisti fu impedito di vedere i corpi senza vita a terra; l’ospedale di Baragwanath fu chiuso al pubblico; alcune camionette portarono via i cadaveri che non furono mai contati. Lo stesso accadde per le vittime dei due giorni successivi, giovedì 17 e venerdì 18 giugno, quando lo schema degli scontri si ripeté identico. Di quella tragedia resta solo qualche fotografia: quella scattata da Sam Nzima, che ritrae il dodicenne Hector Pieterson esanime tra le braccia dello studente Mbuyisa Makhubo, con la sorella Antoinette Sithole che corre al loro fianco urlando, resta simbolicamente il “disegno dell’inferno” del Sudafrica della grande apartheid.

Susan Sontag, argomentando sul valore etico delle immagini che riproducono l’orrore della guerra e della morte violenta, nel saggio Davanti al dolore degli altri, ha scritto che «non spetta a una fotografia il compito di rimediare alla nostra ignoranza della storia e delle cause delle sofferenze che essa individua e inquadra. [Tuttavia] tali immagini non possono essere che un invito a prestare attenzione, a riflettere» e a porsi delle domande su chi abbia provocato ciò che l’immagine mostra, chi ne sia responsabile; a interrogarsi sulla possibilità o meno di evitare quanto accaduto e, soprattutto, sull’eventualità che si stia continuando ad accettare uno stato di cose che, invece, andrebbe messo in discussione.

Cinquant’anni dopo Soweto, nel giorno in cui, in memoria di quelle vittime, il Sudafrica celebra la Giornata della Gioventù, il corpo senza vita di Hector Pieterson sollecita qualche riflessione.

Gli episodi di violenza del giugno 1976 scaturirono da un malcontento diffuso tra la popolazione non-bianca sudafricana, già a partire dagli anni Cinquanta, quando il disegno governativo dello “sviluppo separato”, portata a termine la netta divisione tra spazi destinati ai bianchi e spazi destinati ai non-bianchi (Africani, meticci, Indiani), cominciava a coinvolgere, allora, anche il mondo dell’istruzione scolastica e universitaria e operava, dunque, in modo più profondo, ai fini di una “separazione” culturale e mentale tra colonizzatori e colonizzati.

Il Bantu Education Act, approvato dal Parlamento sudafricano nel 1953, affidava la gestione dell’educazione dei neri al Department of Native Affairs: tutte le scuole frequentate dai nativi dipendevano direttamente dal ministro che ne reggeva l’istituto e nessuna scuola poteva essere fondata senza il suo permesso. Un emendamento dell’anno successivo stabiliva, inoltre, che i sussidi destinati alle scuole per i neri sarebbero stati progressivamente ridotti fino alla sospensione definitiva entro il 1957. Ancora nel 1954, il ministro Verwoerd aveva annunciato che i salari per i docenti sarebbero stati ridotti all’insegna del risparmio e che, in quest’ottica, sarebbero state impiegate più donne nella scuola primaria alle quali veniva accordato il 15% in meno del salario col quale si retribuivano gli uomini. Gli edifici scolastici erano strutture tetre e fatiscenti, sovraffollate e scarsamente attrezzate. Nel giro di pochi anni, le mense scolastiche sarebbero state chiuse. La lingua d’insegnamento per le classi inferiori – è questo l’aspetto più rilevante – era quella vernacolare; solo ai livelli più alti di istruzione, per quei non – bianchi che riuscivano ad accedervi, le lezioni erano impartite in inglese.

Nel 1959, il Bantu Education Act veniva esteso anche alle scuole secondarie e con l’Extension of University Act, dello stesso anno, agli studenti neri fu impedito l’accesso all’università se non autorizzati dal Ministro del Department of Native Affairs: l’accesso all’Università di Fort Hare, controllata dal Ministro, fu consentito solo agli Africani Xhosa; furono istituite altre due università solo per neri: una riservata agli Zulu e un’altra a tutte le altre etnie autoctone. La University College of the Western Cape a Belville era, invece, solo per i meticci mentre la University College, alla periferia di Durban, esclusivamente per gli Indiani.

Questa capillarizzazione dell’istruzione per i “non-bianchi” sudafricani, volta alla separazione rigida e scientifica dei corpi e delle menti di oltre il 90% della popolazione del Paese, si concretizzò anche attraverso la trasformazione degli spazi educativi: prima destinati a un’utenza di entrambi i sessi, ora essi venivano distinti in quelli per le donne e in quelli per soli uomini. Come racconta Phyllis Ntantala, in un articolo del 1960, dal titolo emblematico The abyss of Bantu Education, il leggendario Lovedale Institute, ad esempio, fino ad allora frequentato da uomini e donne, fu riservato solo a queste ultime: a tutti coloro che ne furono esclusi furono accordati 5 mesi per iscriversi altrove e, se altre scuole avessero respinto la loro iscrizione per sovraffollamento, questi avrebbero dovuto rinunciare a ogni velleità di istruzione; la sua biblioteca, la Cuthbert Library, «una delle più grandi e delle più fornite» del Sudafrica, fu dismessa, i suoi libri venduti e i locali, in cui essa era allocata, trasformati in un deposito per i libri del Ministero. Le ondate di protesta per quello scadimento progressivo e inesorabile della qualità dell’offerta formativa per i neri sudafricani non erano mancate nel corso di tutti gli anni Sessanta e avevano determinato anche un ripensamento profondo circa la partecipazione della componente white liberal nelle organizzazioni studentesche che si battevano a favore dei diritti nei neri. La componente bianca della più importante realtà, in tal senso, infatti, la National Union of South African Students (NUSAS), era stata profondamente contestata dalla componente nera che, nel dicembre del 1969, convinta del fatto che solo ai neri spettasse la lotta per i diritti dei neri, diede vita alla South African Students’ Organization (SASO), guidata da uno studente di Medicina, dal pensiero radicale, Stephen Bantu Biko. Il “mondo della scuola”, dunque, prima del 1976, era da tempo in fermento e vedeva il coinvolgimento anche degli Indiani e dei meticci.

Perché allora proprio Soweto e perché in quella misura? Perché, è stato scritto, dopo Soweto «niente più fu uguale»? Sicuramente il sentimento di insofferenza studentesco giungeva al suo acme e, di certo Soweto sconvolse lo scenario tradizionale degli scontri nel Sudafrica dell’apartheid: gli studenti, consapevoli della loro “debolezza” rispetto alle forze dell’ordine, trasferirono la protesta dal cuore della città alla township, trascinarono la polizia nell’inferno che essi vivevano ogni giorno; sicuramente si privarono dell’opportunità di distruggere i simboli del potere che, naturalmente, erano negli spazi riservati ai bianchi ma impedirono ai garanti dell’ordine di battere la ritirata e di proteggersi in quegli ambienti che essi stessi contribuivano a trasformare in roccaforti.

Insomma, i neri di Soweto, rientrando progressivamente la sera dal lavoro e unendosi agli scontri, intrappolarono per tre giorni la polizia nella township che divenne un vero e proprio campo di battaglia. Tuttavia, il senso di quella rivolta e l’eredità più grande che essa ha lasciato si trova, forse, nel suo motivo scatenante ossia l’imposizione dell’afrikaans come lingua di insegnamento/apprendimento accanto all’inglese. La maggior parte dei docenti aveva ricevuto un’istruzione in lingua inglese e sapeva, a malapena, condurre una conversazione basilare nella variante linguistica olandese; gli insegnanti non sarebbero stati capaci, dunque, di organizzare una lezione in afrikaans soprattutto nel campo delle scienze dure quali la matematica. La padronanza della lingua inglese, sebbene anch’essa espressione dei colonizzatori, era percepita come indispensabile da tutti coloro i quali, neri compresi, aspiravano a collocarsi lavorativamente nel mondo dell’industria e del commercio dal momento che ci si esprimeva in inglese in tali ambiti. L’inglese era, ormai, anche la lingua internazionale, il medium imprescindibile attraverso il quale i sudafricani potevano dialogare con il resto del mondo ed evitare l’isolamento culturale e mentale prima ancora che geografico. Ma l’inglese, paradossalmente, era diventato, col tempo, l’esperanto delle popolazioni indigene sudafricane, la “lingua franca” attraverso cui queste potevano comunicare tra loro e con i meticci e gli indiani, insomma il mezzo attraverso il quale poter coagulare grumi significativi di resistenza e di rivolta. Per un popolo già sottoposto alle più atroci angherie come quello sudafricano, l’imposizione dell’afrikaans fu come gettare benzina sul fuoco. Era evidente che dopo Soweto, l’apartheid diventava un malato col fiato corto.

Lungi dall’affrettarsi a «dare un “noi” per scontato quando si tratta del dolore degli altri» – richiamando ancora le parole di Sontag – e ad appropriarsi delle sofferenze di un popolo che vive, ancora oggi, in una società non pacificata, mantenendo viva nella nostra memoria l’immagine di quell’adolescente ucciso a Soweto, si potrebbe provare a guardare con uno sguardo meno compiacente a certe politiche educative e culturali, messe in atto nel tempo presente, le quali puntano, in modo a volte anche malcelato, a spegnere proprio i grumi di resistenza del pensiero critico alimentato, invece, dal confronto e dal dialogo.

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