Da luglio a settembre, nella periferia orientale di Johannesburg, sono stati recuperati nove corpi di donne. L’ultimo ritrovamento, giovedì 16 settembre a Boksburg, ha riportato l’attenzione sulla zona di Ekurhuleni, diventata teatro di una violenza reiterata. Le autorità restano caute. Secondo la portavoce della polizia sudafricana, non ci sono prove che collegano i nove casi: potrebbe trattarsi di un serial killer, di più aggressori diversi, o persino di episodi imitativi innescati dalla stessa cronaca. È una cautela comprensibile sul piano tecnico, ma che difficilmente rassicura una popolazione femminile già provata. La situazione è talmente esplosiva che i vertici della sicurezza nazionale e i rappresentanti del governo (inclusi i ministri e le autorità di polizia) sono scesi in campo direttamente nei quartieri colpiti e nei centri civici (come a Kempton Park) per incontrare le famiglie e fronteggiare la rabbia crescente della comunità. Mentre le autorità valutano le ipotesi investigative, emergono le storie di queste donne sfortunate. Gracious Nkomo, 28 anni, è stata ritrovata lungo la strada statale R21 a Kempton Park. Il corpo di Dineo Evelyn Motapane, 38 anni, è stato scoperto a Kwa-Thema, quello di Itumeleng Kekana lungo una strada principale della zona. Il 9 settembre Elizabeth Moselakgomo, insegnante di 38 anni, è uscita per la consueta corsa ed è svanita nel nulla. A capire che qualcosa non andava è stata sua figlia, appena otto anni: ha notato il ritardo, ha riconosciuto i segnali di allarme che, tragicamente, molte famiglie sudafricane hanno imparato a decifrare, e ha avvisato i parenti. Tre giorni dopo il corpo della madre è stato ritrovato. Le donne e le loro famiglie fanno ormai tutto ciò che è umanamente possibile per prevenire il peggio, persino istruire i bambini piccoli su come reagire in caso di emergenza, ma nonostante ciò il peggio accade comunque. Uno dei nodi più controversi riguarda la comunicazione delle forze dell’ordine dopo gli omicidi, come gli inviti a non correre né camminare da sole, a evitare percorsi isolati, apparentemente consigli di buon senso, in realtà un modo indiretto di spostare sulle donne il compito di difendersi da un pericolo che dovrebbe essere compito dello Stato neutralizzare. Le associazioni che gestiscono i centri di accoglienza raccontano di donne costrette a modificare tragitti, orari e abitudini, condividendo la posizione in tempo reale con i familiari: un adattamento costante a una minaccia che nessuno sembra in grado di arginare. Il rischio, avvertono gli operatori, è che questa prevenzione individuale si trasformi in un alibi collettivo. “La responsabilità resta unicamente di chi aggredisce. Se esiste chi dà la caccia alle vittime, il primo dovere delle istituzioni è proteggere chi è in pericolo, anziché pretendere che siano le donne a ridisegnare la propria quotidianità.” Meno di un anno fa il governo sudafricano aveva compiuto un passo storico, definendo la violenza di genere un disastro nazionale, un riconoscimento reso necessario da un dato scioccante: il tasso di femminicidi nel paese è circa cinque volte superiore alla media globale. Il provvedimento è stato formalizzato nel novembre del 2025 durante il vertice sociale del G20, in seguito a una massiccia mobilitazione popolare e a petizioni con oltre un milione di firme.
Gran parte di questi omicidi rientra nella categoria dell’ Intimate Partner Femicide (omicidi commessi da partner o ex partner). Le statistiche evidenziano che circa un terzo delle donne sudafricane subisce violenza fisica nel corso della propria vita, delineando un contesto in cui la casa e le relazioni affettive rappresentano i luoghi a più alto rischio. A distanza di mesi, però, le organizzazioni che lavorano sul campo faticano a individuare cambiamenti tangibili. Nonostante i proclami, i fondi faticano ad arrivare ai rifugi per le donne in difficoltà, e quelle che si rivolgono alla polizia denunciano spesso mancanza di personale formato, tempi di risposta lenti e ordini di protezione difficili da ottenere o, una volta ottenuti, da fare rispettare davvero. Il presidente Cyril Ramaphosa e i rappresentanti del governo continuano a promettere giustizia per le vittime e un innalzamento dei livelli di sicurezza nelle aree più vulnerabili. Tuttavia, interpellati direttamente su quali stanziamenti effettivi siano stati sbloccati dopo la formalizzazione del disastro nazionale, i portavoce del Ministero delle Donne, della Gioventù e delle Persone con Disabilità e gli uffici della presidenza hanno preferito non rilasciare dichiarazioni dettagliate né fornire un cronoprogramma vincolante. Un silenzio istituzionale che lascia senza risposte le organizzazioni sul campo e che alimenta i dubbi delle sopravvissute: «Potrò davvero sopravvivere, economicamente e fisicamente, se oggi decido di lasciare tutto?». È in questo divario, spesso invalicabile, tra gli impegni formali presi sui tavoli internazionali e la realtà desolante dei commissariati di periferia, che si misura la vera distanza tra le dichiarazioni ufficiali e la vita quotidiana delle donne sudafricane.


