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Diritti umani

Sudafrica, nuove restrizioni sui visti dagli Stati Uniti: si approfondisce lo scontro con Pretoria

Gli Stati Uniti introducono nuove restrizioni sui visti per cittadini sudafricani accusati di sostenere politiche discriminatorie: Pretoria respinge le accuse e rivendica il diritto di affrontare le disuguaglianze ereditate dall’apartheid.

Gli Stati Uniti hanno annunciato nuove restrizioni sui visti nei confronti di cittadini sudafricani che, secondo Washington, sarebbero responsabili o complici dell’adozione di politiche discriminatorie su base razziale. La misura, resa nota il 15 settembre dal segretario di Stato Marco Rubio, segna un nuovo deterioramento delle relazioni tra Washington e Pretoria, già attraversate negli ultimi mesi da tensioni diplomatiche, commerciali e politiche. Le autorità statunitensi non hanno indicato pubblicamente i nomi delle persone interessate dalle restrizioni.

Secondo la nuova politica americana, le limitazioni potranno riguardare cittadini stranieri ritenuti responsabili o complici dell’adozione o dell’applicazione in Sudafrica di leggi e politiche che consentano espropriazioni senza compensazione, discriminazioni fondate sulla razza o incitamento alla violenza contro membri di minoranze etniche o razziali. Rubio ha accompagnato l’annuncio con un attacco particolarmente duro al governo sudafricano, accusato di perseguire politiche ostili alla minoranza afrikaner.

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Il provvedimento si inserisce in una controversia che va ormai ben oltre la politica dei visti. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, l’amministrazione statunitense ha ripetutamente contestato le politiche con cui il Sudafrica cerca di intervenire sulle disuguaglianze economiche e sociali ereditate dall’apartheid. Al centro dello scontro figurano soprattutto la riforma agraria e i programmi di affirmative action, che Washington presenta come discriminatori nei confronti della minoranza bianca e in particolare degli afrikaner. Pretoria respinge questa interpretazione e sostiene che tali misure vadano lette nel contesto delle profonde disuguaglianze prodotte dalla storia coloniale e dal regime di segregazione razziale.

La questione della terra resta uno dei nodi più sensibili. La fine formale dell’apartheid, nel 1994, non ha infatti cancellato le forti disparità nella distribuzione della proprietà e della ricchezza. Le politiche di riequilibrio adottate dai governi democratici sudafricani sono da anni al centro di un conflitto interno nel quale si intrecciano proprietà, razza, memoria storica e disuguaglianza sociale. Negli Stati Uniti, tuttavia, il tema ha assunto progressivamente anche una dimensione di politica estera.

L’amministrazione Trump ha sostenuto che gli afrikaner siano vittime di persecuzione e ha aperto loro un canale di reinsediamento negli Stati Uniti come rifugiati. Il governo sudafricano contesta nettamente questa rappresentazione e ha più volte respinto le accuse di una persecuzione sistematica della popolazione bianca. La controversia ha contribuito a trasformare una questione interna, legata alla difficile eredità dell’apartheid, in uno dei principali terreni di scontro tra Pretoria e Washington.

La risposta sudafricana alle nuove restrizioni non si è fatta attendere. Il ministro delle Relazioni internazionali Ronald Lamola ha accusato gli Stati Uniti di basarsi su una rappresentazione distorta delle politiche del paese, influenzata, secondo Pretoria, da gruppi che si presentano impropriamente come portavoce degli afrikaner e delle minoranze. Il governo ha inoltre rivendicato il proprio diritto sovrano ad adottare leggi destinate ad affrontare le conseguenze di secoli di ingiustizia razziale.

«Guarire le divisioni del passato» e costruire una società fondata su valori democratici e giustizia sociale, ha ricordato il ministero degli Esteri sudafricano, costituisce un obbligo inscritto nell’ordine costituzionale nato dopo l’apartheid. Pretoria afferma quindi che la legislazione contestata dagli Stati Uniti non abbia come obiettivo la persecuzione di una minoranza, ma il riequilibrio di condizioni storicamente prodotte dalla segregazione.

Dietro la disputa sui visti emerge così una divergenza più profonda sul modo di interpretare il presente sudafricano. Da una parte Washington legge alcune politiche di riparazione attraverso la categoria della discriminazione razziale nei confronti della minoranza bianca; dall’altra Pretoria le considera strumenti, per quanto controversi e discussi anche all’interno del paese, destinati a correggere disuguaglianze che la fine giuridica dell’apartheid non ha automaticamente eliminato.

Le restrizioni annunciate da Rubio aggiungono ora uno strumento diplomatico concreto a questo conflitto di interpretazioni. E mostrano quanto la memoria dell’apartheid continui a essere materia politica del presente: non soltanto all’interno del Sudafrica, ma anche nelle relazioni internazionali di un paese chiamato ancora oggi a confrontarsi con il difficile equilibrio tra uguaglianza formale, riparazione storica e persistenti disuguaglianze sociali.

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