Ci sono conflitti oscurati, soprattutto se si consumano nel continente sbagliato. È il caso del Sudan: 150 mila morti, 11 milioni di sfollati, centinaia di migliaia di feriti.
Nell’anniversario dell’inizio del primo genocidio nella regione del Darfur, almeno 400 mila morti e 2 milioni e ottocentomila sfollati, vogliamo ancora una volta denunciare il silenzio perdurante sulla guerra nel paese scatenata il 15 aprile del 2023 dai due “uomini forti” al potere, il generale Abdel Fattah al Burhan, presidente del Consiglio Sovrano, e il leader delle Forze di supporto rapido e suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, nessuno dei due sembra in grado di vincere. Per ora.
Anche il 26 febbraio del 2003, con il primo atto su larga scala del conflitto tra i ribelli del Sudan liberation movement e le Forze armate sudanesi (poi affiancate dalle famigerate milizie arabe denominate “janjaweed”, diavoli a cavallo, a far deflagrare le violenze furono gli interessi di chi era al potere. In quel caso l’ex presidente e dittatore Omar Hassan al Bashir. Oggi a guidare il paese è il generale Burhan che, a fine febbraio, ha messo a segno un’offensiva con cui ha ripreso il controllo di Omdurman, la città gemella della capitale Khartoum. Ma le aree strategiche restano nelle mani del rivale, il Darfur: appunto.
Dal golpe che nell’ottobre 2021 depose il primo ministro sudanese riconosciuto dalla Comunità internazionale, Abdalla Hamdok, è stato un crescendo di tensioni. A pagare le conseguenze peggiori della guerra, i civili. L’Onu rileva che quasi 30 milioni di persone – metà della popolazione del Sudan – hanno bisogno di aiuto per sopravvivere.
“Senza la fine degli scontri e il dispiegamento di assistenza umanitaria, il numero dei morti è destinato a salire – sostiene Yassir Arman, ex consigliere politico di Hamdok e presidente del Movimento di liberazione del popolo sudanese – Gli sfollati sono in crescita, in 3 milioni sono fuggiti in Egitto, Libia, Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea. Si rischia la peggiore carestia di sempre”.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha chiesto alle parti in conflitto “la cessazione immediata delle ostilità” ma resta a guardare. Almeno 6 milioni di persone sono “acutamente malnutrite”, di cui 3,6 milioni di bambini con meno di 5 anni e 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento. La Fao stima che la produzione di cereali in Sudan nel 2026 sarà inferiore del 46% rispetto all’anno precedente e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 73%.
«Il Sudan è una delle crisi peggiori che il mondo abbia visto negli ultimi decenni. Ci sono livelli estremi di sofferenza, i bisogni crescono di giorno in giorno. Molteplici le emergenze: interventi chirurgici salvavita, assistenza alle donne nel parto e nella cura dei bambini malnutriti. Uno dei problemi principali è il blocco sistematico dell’assistenza umanitaria. Solo il 20-30% delle strutture sanitarie in Sudan rimangono funzionanti. Senza l’impegno dell’Onu e dei donatori internazionali non sarà possibile una risposta adeguata» evidenzia Medici senza frontiere da poco rientrato dal paese. L’autodistruzione del Sudan è iniziata da Khartoum. I bombardamenti e gli scontri hanno ridotto in cenere gli edifici più importanti della capitale. Come la Greater Nile Petroleum Company, che svettava scintillante con i suoi 70 metri di acciaio e vetro, visibile non solo dal centro. Dei suoi 18 piani, avvolti dalle fiamme lo scorso settembre, è rimasto solo lo scheletro annerito della struttura portante. Khartoum era una città bellissima, che non aveva conosciuto violenze o combattimenti nella sua storia recente, nonostante l’infuriare della ribellione nella regione occidentale del Darfur, dove nel 2003 si è consumato un vero e proprio genocidio. Simbolo del paese, è stata ridotta in macerie. La furia della guerra ne ha deturpato profondamente il volto, con le sue vestigia coloniali che si potevano ammirare nell’architettura della città gemella Omdurman e nei quartieri centrali della capitale.I larghi viali e la stazione ferroviaria, il quartiere dei grattacieli, appaiono oggi spettrali. L’80% dei palazzi distrutti, le strade stracolme di calcinacci e immondizia: Khartoum è irriconoscibile.Immutata solo la vista sulla confluenza tra i due maestosi fiumi che l’attraversano e che si uniscono in un unico alveo creando il corso d’acqua più lungo del mondo: il Nilo. Ma oggi non ci sono più battelli che svicolano sulle sue iconiche acque carichi di turisti, che al tramonto si godevano il fenomeno del vorticoso mescolarsi di tonalità diverse in uno spettacolo naturalistico dalla bellezza unica. Nonostante la sua appartenenza al mondo musulmano, la capitale sudanese è sempre rimasta molto africana. Proprio questa tensione di identità l’aveva resa unica nel suo genere, suddivisa in tre aree urbane separate da fiumi e collegate da una rete di ponti. Omdurman, capitale dell’epoca coloniale e “teatro” nel 1898 della storica battaglia tra l’esercito britannico e il movimento spirituale islamico al comando di Mohamed Ahmed al-Mahdi, sceicco sudanese d’origine nubiana che aveva guidato la Guerra Mahdista contro l’occupazione anglo-egiziana; Bahri, la zona settentrionale diventata negli anni un immenso polo industriale, e il centro di Khartoum, cuore istituzionale, politico e amministrativo del paese: una striscia di 20 km che si estendeva fino all’aeroporto internazionale, anch’esso ridotto in cenere.
“Sono uno studioso di architettura – afferma Omer Siddig, sudanese nato da padre architetto e cresciuto a Khartoum – La distruzione della mia città natale mi ha fatto riflettere sulla sua costruzione. Abbiamo perso molto più che semplici edifici. La capitale rappresentava la speranza del mio popolo per un futuro in cui aveva investito molto. Il mughran (la confluenza), punto d’incontro dei due fiumi Nilo, Bianco e Azzurro, e l’isola di Tuti,che offrono molti fronti fluviali, erano un’opportunità di grande sviluppo. È andata persa un’identità architettonica unica, che si era adattata alle condizioni climatiche e ai bisogni socioculturali delle persone.”.
La guerra nella capitale sudanese ha causato non solo morte, sfollamenti di milioni di persone e la perdita di edifici emblematici, ma anche la distruzione di un ricco patrimonio culturale e con esso la speranza, il sogno, di un futuro di crescita.


