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Speciale Sudan

L’appello per il Sudan: “Accendere i riflettori sulla catastrofe umanitaria”

Sudan

L’appello per il Sudan: “Accendere i riflettori sulla catastrofe umanitaria, l’Italia rilanci le trattative di pace”

Giovedì 11 luglio nella Sala Conferenze della Comunità di Sant’Egidio a Roma,   è tenuta una conferenza stampa per denunciare la catastrofe umanitaria che si sta abbattendo sul Sudan. Con quasi 10 milioni di sfollati interni e 2 milioni di rifugiati, su una popolazione di 47 milioni, il Sudan è a rischio carestia, se la comunità internazionale non interverrà urgentemente con l’invio di aiuti umanitari.

“Siamo qui per accendere i riflettori sul Sudan, un paese in cui è in corso una catastrofe umanitaria e dimenticato dai più”. Così Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, alla conferenza stampa dedicata alla gravissima emergenza umanitaria in Sudan, a cui sono intervenuti anche Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi in Sudan di Medici Senza Frontiere, Pietro Parrino, direttore del Dipartimento Progetti di Emergency, Suor Ruth del Pilar Mora, consigliera per le Missioni delle suore salesianee padre Angelo Giorgetti, economo generale dei Missionari Comboniani.

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“Le organizzazioni e i donatori internazionali devono aumentare i loro sforzi, mentre le parti in conflitto devono garantire la protezione dei civili e delle strutture sanitarie oltre a permettere a operatori umanitari e aiuti di raggiungere la popolazione” è l’appello lanciato da Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi di Medici Senza Frontiere (MSF) in Sudan.
Solo nella capitale i combattimenti hanno avuto un impatto su sette milioni di persone”, denuncia. “Khartoum ora è una città fantasma”. Oppizzi riferisce che proprio la settimana scorsa Msf ha dovuto sospendere le proprie attività in un ospedale a Khartoum, per la situazione che si era venuta a creare.

Le missionarie salesiane rimaste a Khartoum nonostante la guerra, oggi sono testimoni dell’aumento del numero delle persone rifugiate che dal Nord si dirigono in Sud Sudan. Lo ha sottolineato suor Ruth del Pilar Mora, consigliera dell’Istituto delle figlie di Maria ausiliatrice: “Volevamo continuare a stare al fianco della popolazione, in particolare sul piano educativo: gestivamo una scuola informale che prima del conflitto era frequentata da 700 bambini. Ora restano 110 persone: due volte siamo stati colpiti direttamente dai bombardamenti e così non tutti gli spazi abitativi si possono usare“.

Diversa la situazione per la Congregazione dei Comboniani. ” Le nostre tre comunità a Khartoum sono state tutte evacuate perché in si trovavano in posizioni molto centrali – spiega padre Angelo Giorgetti, economo comboniano, per 16 anni missionario nel Paese dell’Africa –  fin dall’inizio terreno di combattimenti diretti: l’intera popolazione è fuggita da quelle zone”. I comboniani non hanno però lasciato il Paese, terra di missione sin dal XIX secolo. “Abbiamo mantenuto tre comunità, a Kosti, a El Obeid e a Port Sudan”. Il campo dell’istruzione resta per noi importante per il dialogo con la popolazione, in stragrande maggioranza musulmana“.

Una situazione terrificante, testimoniata anche da Emergency. “In mezzo a grandi difficoltà siamo riusciti comunque ad operare 11mila persone”, racconta Pietro Parrino, direttore del Dipartimento progetti di Emergency. “A Khartoum, capitale in gran parte svuotata dei suoi abitanti manca l’elettricità e quindi anche altri beni essenziali come l’acqua che viene presa solo da pozzi superficiali. Scarseggia il cibo sano e le forze in campo ostacolano il passaggio degli aiuti umanitari. Ma è importante restare per continuare a curare chi è in pericolo di vita”.

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