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Speciale Sudan

Sudan, appello al governo Meloni: stop alle armi italiane agli Emirati Arabi

Sudan

Prosegue la campagna di disinvestimento lanciata da Italians for Darfur e supportata da Focus On Africa che aderiscono alla richiesta della Rete Italiana Pace e Disarmo.

“Stop alle armi italiane agli Emirati Arabi, basta complicità con chi alimenta la guerra in Sudan.”.
È la richiesta di Rete Italiana  Pace e Disarmo (RIPD) a cui si associano anche Italians for Farfur e Focus on Africa, che ha lanciato una campagna di disinvestimento dal Sudan.

L’appello è rivoltoo al Governo Meloni.  Nel Paese africano sconvolto dalla guerra  fra esercito governativo ed il gruppo armato del Rapid Support Forces (RSF), si registra, secondo l’ONU, una delle peggiori crisi umanitarie,con decine di migliaia di morti e milioni di sfollati. La risposta dell’Esecutivo? Nei giorni scorsi il Ministro della difesa, on.Crosetto  è volato ad Abu Dhabi per rafforzare la cooperazione militare con l’Emirato. Del resto tale iniziativa è esemplare e coerente con la volontà di rafforzare l’industria militare,

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La RIPD ha chiesto di fermare le esportazioni verso gli Emirati Arabi Uniti, direttamente coinvolti nel sostegno agli aguzzini delle RSF. L’Emirato è, infatti, un importante cliente dell’industria bellica “made in Italy”. Negli ultimi 5 anni sono stati autorizzati quasi 650 milioni di euro di armi italiane verso Abu Dhabi, anche grazie alla revoca della sospensione  di alcuni sistemi d’arma, attuata due anni fa dal Governo Meloni.Gli Emirati Arabi Uniti nel 2024 sono stati, infatti, il 7° Paese destinatario di autorizzazioni all’export militare rilasciate ad aziende italiane, secondo i dati ufficiali governativi, con 294 milioni. Agli Emirati negli ultimi anni abbiamo venduto di tutto: armi automatiche, armi pesanti, munizionamento, bombe/razzi/missili, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili, apparecchiature elettroniche, software. “Tutte tipologie  di materiali – afferma la RIPD – che possono essere facilmente triangolati o utilizzati dagli Emirati Arabi Uniti nelle filiere operative militari che giungono poi fino al conflitto sudanese”.

Tutto ciò mentre sia la normativa nazionale sia quella internazionale vietano le vendite di armi ai Paesi in guerra. E’ evidente che  bisogna decidere da che parte stare, se denunciare i massacri e la catastrofe umanitaria in atto o continuare ad alimentare l’escalation militare, essere parte delle filiere militari e politiche che alimentano il conflitto.

L’Italia non soltanto fornisce le armi, ma ha svolto un ruolo significativo nel creare un’industria militare degli Emirati, in questo modo eventuali embarghi avranno  effetti molto più limitati.

Il Ministro Crosetto nel  novembre scorso, ha incontrato il suo omologo emiratino Mohamed Bin Mubarak Al Fadhel Al Mazrouei. Il nostro esponente governativo ha così commentato la riunione: “Una preziosa occasione per discutere di cooperazione tra le nostre Forze Armate e delle opportunità di consolidare legami in ambito difesa e sicurezza con approccio comune, anche nel settore tecnologico e dell’industria della Difesa, nell’affrontare le sfide che le moderne minacce stanno ponendo”.

Nel febbraio di quest’anno è stato siglato un accordo di cooperazione in materia di difesa Roma-Abu Dhabi. Il 25 ottobre il gen.Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa ha incontrato nell’Emirato il ministro della difesa e il suo omologo Essa  Saif Mohamed Al-Mazrouei. Con il Ministro “sono emerse potenziali opportunità – si legge nel comunicato del nostro Dicastero della difesa –  di collaborazione anche nel settore  industriale, dove la controparte emiratina ha mostrato un particolare interesse per il trasferimento di know- how tecnologico made in Italy”. I vertici militari emiratini sono interessati anche alla formazione dei piloti in Italia, a Decimomannu.

Tali joint venture  sono già parzialmente attivate, ad esempio fra Leonardo ed il conglomerato della difesa degli Emirati, Edge Group. Abu Dhabi sta spingendo molto per dotarsi di una propria industria militare, proprio grazie alla cooperazione di altri Paesi. Tali sforzi sono stati efficaci,, infatti, il SIPRI, prestigioso istituto svedese di studi sulla pace e del disarmo, nella sua publicazione sulle prime cento società della difesa del 2024 ha inserito, per la prima volta, EDGE Group, che con un fatturato di 4,7 miliardi di dollari è al 37° posto mondiale.

Di fronte alle enormi sofferenze della popolazione sudanese non è possibile fare finta di niente, ignorando il ruolo che le autorità emiratine stanno avendo nella sanguinosa guerra civile in corso da anni in Sudan.E’ ormai acclarato, senza ombra di dubbio, il sostegno degli Emirati alae RSF, cioè alla milizia che sta devastando il Sudan con attacchi a civili, a infrastrutture di base, ai convogli di aiuti umanitari e che sta anche utilizzando la fame come arma di guerra. Non si può più parlare del conflitto in esame senza affrontare i nodi delle complicità concrete di chi alimenta la guerra, direttamente o indirettamente.In questo contesto il ruolo italiano è particolarmente significativo.

Il nostro Paese in questo modo si preclude un ruolo di mediatore per risolvere un conflitto, che oltretutto sta distruggendo molte delle infrastrutture realizzate dalla cooperazione allo sviluppo italiana.

Per ironia della sorte le “armi made in Italy” costringono tanti sudanesi a fuggire in Europa, nonostante il Governo Meloni e la Commissione Europea facciano di tutto per non fargli attraversare il Mediterraneo

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