Skip to content
Speciale Sudan

Sudan, colpire gli interessi economici unica via per la fine della guerra

Non si può più restare inermi, silenti, di fronte alla ripetizione di crimini di guerra e molteplici atrocità che si perpetuano senza limiti.

In un mondo che sembra essere immunizzato a tutte le sofferenze, dove chi ha il potere di fermare le guerre interviene sempre dopo che i massacri siano stati compiuti, Focus on Africa e Italians for Darfur hanno unito le loro forze per usare l’unica “arma” che può spingere verso la pace in Sudan.
La campagna di disinvestimento che lanciamo oggi, senza aver mai smesso di scrivere delle atrocità perpetrate nel paese, orrori che sembrano sfuggire allo sguardo di chi si ferma all’informazione generalista, è l’unica via possibile.
Il conflitto in Sudan è scoppiato il 15 aprile 2023, nel momento in cui il generale delle Forze di supporto rapido, le Rsf, Mohammed Hammad Dagalo, meglio conosciuto come Hemedti, ha sfidato apertamente l’omologo Abdel Fattah Al Burhan, capo dell’esercito regolare, per prendere il controllo di tutto il Paese.
Un gesto di avidità, di potere, ma soprattutto di orrore.
La guerra, in questa terra segnata da divisioni etniche, diventa ogni volta un pretesto usato dai miliziani per perpetrare violenze indicibili nelle aree a maggioranza africana, in un Paese che ormai nella sua maggioranza è arabo.
E le storie che emergono dai rifugi di Ciad sono struggenti: testimonianze di stupri etnici, di violenze che urlano il nostro silenzio. Ricordi agghiaccianti di uno slogan che ancora echeggia nella memoria di chi è riuscito a fuggire: “I vostri figli saranno arabi” e “Quest’anno tutte le ragazze di qui saranno incinte dei figli dei Janjaweed”.
Parole che ci fanno sentire un odore di morte e di annientamento, sussurri di un genocidio ignorato, di una barbarie che rievoca l’oblio dei nostri giorni.
Janjaweed: il nome stesso è un incubo. “I diavoli a cavallo” – un nome che porta con sé oltre vent’anni di orrore: guerre di sterminio, massacri di massa, una campagna di sangue nel Darfur, iniziata nel 2003, che fece 300 mila morti, senza nemmeno essere riconosciuta ufficialmente come genocidio. Crimini di guerra e contro l’umanità che chi scrive ha documentato andando più volte nella regione occidentale sudanese, raccogliendo anche le testimonianze delle donne vittime di stupro utilizzato come arma di guerra. Era il 2005.
Ora, di nuovo, assistiamo alla ripetizione di quelle violenze e altre molteplici atrocità,  che si perpetuano senza limiti.
Nelle scorse settimane, le immagini della città di al Fasher ci hanno raccontato una storia già vista, quella di un massacro che si consuma sotto gli occhi distanti dell’Occidente.
Le chiazze di sangue nella sabbia, tracce di uccisioni recenti, sono visibili dai satelliti. La macchia sull’intera umanità non è altrettanto evidente ma non meno incriminante.
Sui social girano centinaia di video, una cartina di tornasole del terrore in Sudan: esecuzioni che sfidano il nostro disinteresse, che scoppiano come urla di morte tra le mura di una guerra ignorata.
Mi atterrisce rivivere quei momenti, raccontare ancora questi orrori.
Ma non si può che farlo con la forza e la determinazione di sempre.
Quando il silenzio diventa complice si è colpevoli quanto chi distrugge vite.
È il nostro dovere, nonostante il disgusto e il dolore, illuminare questo abisso. Perché finché ci saranno anche solo poche immagini, anche solo alcune voci sopravvissute, ci sarà la speranza che i chi può intervenire – anche il nostro governo, che spesso si gira dall’altra parte – si accorga di questa tragedia troppo grande per essere ignorata.
Non si può restare silenti di fronte al perpetuarsi di atrocità indicibili.
L’indifferenza è una colpa pari ai crimini che lasciano indifferenti troppi, pavidi, attori nazionali e internazionali che possono fare la differenza.
Ora, prima che sia troppo tardi.

Annunci
Sudan

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

Leggi anche
Torna su
No results found...