Focus on Africa, attraverso la direttrice Antonella Napoli, ha promosso un incontro alla Federazione nazionale della stampa italiana con Yasir Arman, presidente del Sudan People’s Liberation Movement – Revolutionary Democratic Current (SPLM-RDC), Uno dei principali leader del movimento sudanese contro la guerra. In rappresentanza di Amnesty International Lidia Ferrari, Coordinamento Africa centrale e orientale.
Arman ha consegnato un appello diretto alla segretaria generale Alessandra Costante affinché lo inoltrasse ai ai media italiani.

Di seguito il testo a firma di Yassir Arman
Questi messaggi chiave sono stati presentati oggi pomeriggio, mercoledì 16 settembre 2026, presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), l’organizzazione che rappresenta i giornalisti in Italia, fondata nel 1908.
1. Il ruolo dell’Italia nel sostenere la pace e la democrazia:
Noi, esponenti del movimento sudanese contro la guerra, riconosciamo e apprezziamo l’importante ruolo che l’Italia — il suo popolo, il Governo e le sue istituzioni politiche — può svolgere negli sforzi volti a portare pace e democrazia in Sudan e a sostenere il popolo sudanese.
2. La guerra in Sudan ha conseguenze regionali e internazionali:
L’attuale guerra in Sudan non è un conflitto confinato esclusivamente al territorio sudanese. Essa ha importanti conseguenze geopolitiche, poiché il Sudan si trova all’incrocio tra Mar Rosso, Corno d’Africa e Sahel, in prossimità dell’area mediterranea.
La prosecuzione della guerra ha quindi conseguenze per l’Africa, il mondo arabo, l’Europa e la comunità internazionale nel suo complesso, con ripercussioni sulla stabilità regionale, sulla sicurezza, sulle migrazioni e sulla situazione umanitaria.
3. La catastrofe umanitaria in Sudan:
La guerra ha colpito profondamente la vita di oltre 25 milioni di persone, tra cui circa 11 milioni di sfollati interni, secondo i dati delle Nazioni Unite.
Le principali città, le infrastrutture strategiche, la produzione agricola e il patrimonio zootecnico sono stati gravemente colpiti. Il Sudan affronta inoltre un rischio acuto di carestia.
Senza un’attenzione seria e continuativa da parte della regione e della comunità internazionale, la crisi umanitaria è destinata ad aggravarsi ulteriormente.
Attualmente, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha ricevuto soltanto circa la metà dei finanziamenti necessari per far fronte alle urgenti esigenze alimentari e nutrizionali in Sudan.
La dimensione della catastrofe umanitaria sudanese è enorme e richiede un livello di attenzione internazionale adeguato alla gravità della situazione.
Non si tratta soltanto di numeri. Dietro ogni statistica vi sono persone, famiglie e comunità che stanno vivendo sofferenze profonde e reali.
4. Rifugiati e rischio di ulteriori migrazioni
Circa cinque milioni di sudanesi sono diventati rifugiati nei Paesi confinanti a causa della guerra in corso.
Se i cittadini sudanesi non potranno trovare sicurezza e non avranno la possibilità di rimanere nel proprio Paese, molti continueranno a cercare protezione altrove, anche in Europa, data la sua relativa prossimità geografica.
Affrontare le cause profonde dello sfollamento e delle migrazioni significa quindi affrontare la guerra stessa e creare condizioni che consentano ai sudanesi di vivere in sicurezza nella propria patria.
5. Il Sudan non è semplicemente una guerra tra generali e milizie:
La guerra in Sudan non dovrebbe essere interpretata esclusivamente come un conflitto tra generali, forze armate e milizie.
Esiste anche un ampio movimento contro la guerra e a favore della democrazia, comprese le forze legate alla Rivoluzione di dicembre, che continuano a sostenere la pace, la democrazia, il governo civile e la stabilità regionale e internazionale.
Le voci e le aspirazioni politiche della società civile sudanese e delle forze democratiche devono essere parte integrante di qualsiasi processo credibile riguardante il futuro del Sudan.
6. Il ritorno delle forze dell’Islam politico
Una delle nostre principali preoccupazioni è che la guerra stia creando condizioni favorevoli al ritorno di forze associate all’Islam politico e all’ex regime islamista verso posizioni significative di influenza e di potere in Sudan.
Dal nostro punto di vista, ciò porrebbe seri problemi per la pace, la trasformazione democratica e la stabilità del Sudan e della regione, con possibili implicazioni più ampie per la pace e la sicurezza internazionali.
7. Cittadinanza eguale e libertà religiosa
Il Sudan è un Paese profondamente diversificato dal punto di vista religioso, culturale, etnico e regionale.
Il futuro del Sudan deve quindi fondarsi sui principi di cittadinanza eguale, libertà religiosa, diritti umani e non discriminazione.
Siamo particolarmente preoccupati per la protezione dei diritti dei cristiani e delle altre comunità religiose e per la necessità di garantire la libertà di religione e di credo a tutti i cittadini sudanesi.
8. Un cessate il fuoco umanitario urgente e un processo politico inclusivo
Chiediamo l’avvio di un dialogo politico credibile che coinvolga le parti in guerra, nonché le forze contro la guerra e quelle democratiche, con l’obiettivo immediato di raggiungere un cessate il fuoco per ragioni umanitarie, garantire l’accesso degli aiuti e proteggere la popolazione civile.
Qualsiasi soluzione sostenibile deve inoltre affrontare le cause profonde del conflitto e creare un percorso autentico verso una transizione civile e democratica.
9. Un appello all’Italia, alla Santa Sede e alla società italiana
Chiediamo alla Santa Sede, alle forze politiche italiane, alla società civile e al Governo italiano di contribuire attivamente agli sforzi per realizzare pace, democrazia e stabilità in Sudan.
Chiediamo soprattutto una maggiore attenzione alla catastrofe umanitaria e alla protezione della popolazione civile e della dignità del popolo sudanese.
10. La nostra visita in Italia
Siamo venuti in Italia insieme al mio collega Dr. Mohamed Salih Yassin, al quale sono affidati i dossier delle relazioni esterne e dei diritti umani del nostro movimento, dopo la nostra partecipazione alla 63ª sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
La nostra visita rappresenta un’opportunità per incontrare istituzioni italiane, organizzazioni della società civile e amici del Sudan, e per rafforzare gli appelli alla pace, alla democrazia e al governo civile in Sudan.
11. Il cosiddetto Dialogo Nazionale di Khartoum:
Il cosiddetto Dialogo Nazionale di Khartoum è, a nostro avviso, un processo organizzato da una delle parti coinvolte nel conflitto.
Esso si svolge in assenza di un processo politico credibile e inclusivo, di un efficace cessate il fuoco umanitario e di un ambiente favorevole a un autentico dialogo nazionale.
Un vero dialogo nazionale deve essere inclusivo, credibile e indipendente dalle parti coinvolte nel conflitto armato, garantendo uno spazio significativo alle forze civili e democratiche sudanesi.
12. Il nostro principale messaggio dalla 63ª sessione del Consiglio dei Diritti Umani:
La nostra principale considerazione emersa dalla 63ª sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite è che la questione di un immediato cessate il fuoco per ragioni umanitarie non ha ricevuto l’attenzione che merita, considerando la gravità e l’urgenza della crisi umanitaria.
Allo stesso tempo, siamo preoccupati dal progressivo marginalizzarsi dell’agenda civile a favore di una crescente enfasi sul concetto di legittimità dello Stato.
Le istituzioni statali sono importanti, ma la legittimità dello Stato non può essere separata dalla protezione dei civili, dal rispetto dei diritti umani e dalla partecipazione democratica.
Il mancato mantenimento di una forte agenda civile e umanitaria rischia di contribuire alla prosecuzione della guerra anziché creare le condizioni necessarie per una pace sostenibile.
Il nostro messaggio all’Italia
Non chiediamo all’Italia di scegliere una parte militare nel conflitto sudanese.
Chiediamo all’Italia di stare dalla parte della pace, della protezione dei civili, della democrazia, dei diritti umani, della cittadinanza eguale e dell’azione umanitaria.
Il Sudan ha bisogno di partner internazionali che aiutino il popolo sudanese a porre fine alla guerra e a costruire un futuro civile e democratico sostenibile.
Non può esserci una pace sostenibile senza porre fine alla guerra, non può esserci una vera democrazia senza governo civile e non può esserci una pace duratura senza giustizia e cittadinanza eguale.


