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Diritti umani

Sudan, due adultere condannate alla lapidazione

Neamat Koko, attivista sudanese per i diritti delle donne, si è detta “non sorpresa” dalle due sentenze, data la catastrofica situazione delle istituzioni statali sudanesi

Il governo sudanese è impegnato da ormai tre anni in un conflitto armato interno coi paramilitari delle Forze di supporto rapido, ma trova tempo anche per perpetuare la discriminazione di genere nel modo più atroce.
Alla fine dello scorso anno un tribunale della provincia del Nilo orientale ha condannato a morte una donna di 32 anni, denunciata dal marito convinto che il figlio che portava in grembo non fosse suo. Il giudice si è basato solo sulla “confessione” della donna, posta sotto enormi pressioni.
Un altro tribunale, più recentemente e questa volta nel Nilo Azzurro, ha condannato alla lapidazione una donna, sempre denunciata dal marito che l’aveva abbandonata dopo che aveva partorito un figlio che, anche in questo caso, secondo il denunciante, era illegittimo.
Ai sensi dell’articolo 146 del codice penale del 1991, l’adulterio è un reato grave che va punito con la morte a colpi di pietra, ovviamente se a compierlo è stata una donna: i due uomini presunti complici delle relazioni adulterine se la sono “cavata” con 100 frustate prima di essere rimessi in libertà.
Il Sudan ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che vieta trattamenti crudeli, inumani e degradanti come la lapidazione.
A questo e ad altro ha fatto riferimento Wolfram Vetter, capo della missione dell’Unione europea in Sudan, sottolineando che le due condanne costituiscono “un pericoloso ritorno all’estremismo” all’interno del sistema giudiziario del paese.
Neamat Koko, attivista sudanese per i diritti delle donne, si è detta “non sorpresa” dalle due condanne, data la catastrofica situazione delle istituzioni statali sudanesi comprese quelle giudiziarie, precisando che quella di condannare a morte le adultere è una prassi illegale e “pre-islamica”.
La Rete d’iniziativa strategica per le donne nel Corno d’Africa ha così commentato:
“In un periodo nel quale le ragazze e le donne subiscono già le conseguenze della guerra e dello sfollamento e vivono in una condizione di grave insicurezza, queste condanne peggiorano una realtà già di per sé terribile. Sono il frutto dell’inserimento nel codice penale del 1991 di una serie di norme sulla morale che colpiscono sproporzionatamente le ragazze e le donne”.
Le due donne sono nella prigione di Omdurman, prive di assistenza legale.
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