La guerra in Sudan non è una guerra dimenticata, come molti si affrettano a dire, bensì ignorata del tutto. Ignorata dai media, dalle cancellerie internazionali e ignorata dalla comunità internazionale occidentale.
Il conflitto scoppiato in Sudan nell’aprile 2023 ha provocato secondo le Nazioni Unite la più grave emergenza umanitaria oggi presente nel mondo. Un conflitto nato con lo scioglimento forzato del Consiglio sovrano (il principale organo esecutivo del paese) per mano di due generali, Abdel Fattah al-Burhan capo dell’esercito sudanese e Mohamed Hamdan Dagalo alla guida delle forze di supporto rapido.
I combattimenti tra le due fazioni hanno portato ben presto il paese nel baratro: oltre 12 milioni di sfollati, 3,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi e una crisi alimentare generalizzata che colpisce oltre 26 milioni di sudanesi.
Le forze di supporto rapido, eredi dei temibili janjāwīd, tristemente noti nella guerra nel Darfur, si sono abbandonate a vere e proprie campagne di pulizia etnica nei confronti delle popolazioni di etnia non araba. Uccisioni indiscriminate, stupri, bombardamenti di campi per sfollati, omicidi politici sono divenuti il minimo comune denominatore della vita della popolazione sudanese.
Ma del resto anche le forze militari sudanesi sono state accusate di aver utilizzato attacchi deliberati sui civili durante la loro campagna militare, non ultimo il caso del bombardamento aereo del mercato di di Tora, nel Darfur settentrionale del 25 Marzo, causando centinaia di morti ed altrettanti feriti.
Oggi, con la ripresa di Khartoum da parte dell’esercito sudanese e la fuga delle forze di supporto rapido a sud, la dissoluzione del paese è molto più chiara. Una “libicizzazione” del territorio, suddiviso in due tronconi sotto il controllo delle due forze, rende la prospettiva di un cessate il fuoco forse più verosimile, ma molto più lontana quella della pace e della riconciliazione.
Mohamed Hamdan Dagalo con le RSF oggi controllano il sud del paese, il Darfur settentrionale e l’ovest del paese mentre l’esercito con a capo Abdel Fattah al-Burhan oggi controlla il nord e l’est del paese, Khartoum e la sua municipalità appena riconquistata e naturalmente Port Sudan dove aveva trasferito tutte le funzioni governative all’indomani dello scoppio della guerra.
In un contesto dove il controllo del territorio è tutto, ciò che si sta determinando è un ritiro delle RSF, da zone che prima controllavano, molto più veloce della capacità dell’esercito di rischierare le proprie truppe. Un controllo che quindi diviene parziale, che lascia presagire una difficoltà di controllo e sicurezza dove i capovolgimenti potrebbero non essere ancora del tutto messi da parte.
Un conflitto nel quale il ruolo di alcune potenze regionali hanno un ruolo consistente. Sebbene l’Egitto non appoggi ufficialmente nessuna delle due parti, più volte sono state documentate dai media internazionali l’invio di armi e droni alle forze militari sudanesi. Del resto quest’ultimo intratteneva da tempo rapporti di cooperazione militare con il paese ed ha sempre considerato la stabilità del Sudan essenziale per la sicurezza nella regione: in questo si inserisce anche il ruolo sudanese nella disputa che l’Egitto ha avviato sulla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam per il controllo delle acque del Nilo da parte del governo etiope e l’effetto che potrebbe avere sulle riserve idriche del paese dei faraoni.
D’altra parte sono noti i legami che le Forze di supporto rapido hanno con gli Emirati Arabi Uniti. A dispetto delle smentite, questi avrebbero fornito armi, droni e munizioni alle milizie via Chad, rifornimenti ben documentati dai media internazionali. Rapporti che sarebbero portati avanti anche grazie al controllo che le Forze di supporto rapido hanno su numerosi giacimenti d’oro, sfruttati anche grazie al supporto e alla protezione di mercenari della Wagner.
Cosa ne sarà del Sudan? E’ la domanda che ci si pone spesso e che altrettanto spesso non trova risposta. Sappiamo cosa è oggi, un paese la cui popolazione ha sofferto e soffre l’indicibile, eclissata dietro gli interessi regionali e all’incapacità della comunità internazionale di porre in essere soluzioni alla crisi. Se la recente apertura della crisi in Sud Sudan si protraesse e non trovasse subito una soluzione, il rischio che il confine tra i due paesi scomparisse o facesse da collante alle due potrebbe divenire realtà, andando a creare le basi per un’escalation regionale senza precedenti. Secondo un documento del Consiglio di sicurezza, miliziani delle RSF si sarebbero ritirati in territorio sudsudanese andando a cementare un rapporto tra Juba e le RSF non nuovo, vero, ma che oggi potrebbe contrapporsi a quello sudanese di Port Sudan e Khartoum.


