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Speciale Sudan

Sudan, gli Usa chiedono l’embargo totale sulle armi, ma serve una exit strategy

Sudan

Il consigliere senior del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, Massad Boulos sollecita l'allargamento a tutto il paese dell'embargo sulle armi per il Darfur del 2003. Ma la proposta Usa sembra più un elemento autopromozionale; Washington, allo stato attuale, non sembra avere una strategia chiara.

Gli Stati Uniti stanno sollecitando nuove sanzioni da parte delle Nazioni Unite contro le parti in guerra in Sudan per aumentare la pressione e giungere alla fine dei combattimenti. Ma senza una exit strategy ben definita, ogni sforzo sarà ben lontano dal produrre risultati tangibili.

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Credits: Reuters

Il consigliere senior del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, ha detto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tenutosi ieri,  che il sostegno finanziario, militare e politico alle forze governative o alle Rapid Support Forces, rimane un motore del conflitto, giunto al quarto anno.

Anche se Boulos non ha effettivamente nominato nessun paese nello specifico, Egitto e Emirati Arabi Uniti vengono chiamati in causa per essere partner e supporter dell’una o dell’altra parte in conflitto. Gli investigatori della Commissione per i diritti umani UN, hanno richiesto l’espansione dell’embargo sulle armi per il Darfur del 2003 a tutto il paese, comprese le fornire di droni e tecnologie ampiamente utilizzate oggi sul campo, provenienti da paesi esteri.

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La bozza di risoluzione, visionata dall’Associated Press, deplora fermamente “il continuo afflusso di assistenza militare esterna, armi e munizioni alle parti in guerra, che sta prolungando il conflitto e minando gli sforzi di mediazione“.

Ma già nella serata di lunedì Al Burhan, comandante dell’esercito sudanese ha affermato che le nuove sanzioni non avrebbero scoraggiato le sue truppe dal portare avanti la guerra fino a quando tutte le aree controllate dalla RSF non saranno catturate.

“Le nostre anime e il nostro destino sono nelle mani di Dio“, ha detto mentre partecipava alla cerimonia di laurea dei nuovi agenti di polizia nella capitale, Khartoum. “Il nostro messaggio a coloro che soggiornano negli hotel all’estero e acclamano le sanzioni che hanno lo scopo di soggiogare il popolo sudanese è il seguente: il popolo non sarà spezzato, ma noi sconfiggeremo il nemico“.

Nonostante i numerosi sforzi diplomatici per ottenere l’avvio dei negoziati e porre fine alle ostilità, “le parti rimangono bloccate in una logica militare a somma zero” ha affermato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici, Rosemary Di Carlo.

La proposta americana, in effetti, sembra più un elemento autopromozionale che un tentativo concreto di mettere fine ai combattimenti. Ci ritroviamo, ancora una volta, di fronte un tentativo (l’espansione dell’embargo sulle armi) che non contempla una exit strategy ben definita.

Washington, allo stato attuale, non sembra avere averne: non appare chiaro come un embargo totale, privo di una rinnovata strategia diplomatica possa davvero funzionare. Chiedere il taglio del supporto militare esterno senza una mediazione più efficace, possa produrre risultati tangibili.

 

 

 

 

 

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