In Darfur la stagione delle piogge sembra essersi quasi dissolta. Tra giugno e settembre, mesi nei quali le precipitazioni dovrebbero alimentare corsi d’acqua, irrigare i campi e sostenere l’agricoltura, vaste aree della regione occidentale del Sudan sono rimaste eccezionalmente aride. Secondo il Programma alimentare mondiale (PAM), non si osservava una siccità di questa gravità dal 1984.
È un nuovo fattore di crisi per un territorio che da decenni vive una condizione di estrema vulnerabilità. La scarsità delle precipitazioni sta compromettendo i raccolti e aggravando la disponibilità di acqua, mentre una parte consistente della popolazione dipende direttamente dall’agricoltura e dall’allevamento per la propria sopravvivenza.
Le conseguenze vanno però ben oltre la produzione agricola. La siccità rischia di alimentare nuovi spostamenti di popolazione in una regione nella quale, secondo le Nazioni Unite, si trovano già circa 5,6 milioni di sfollati. La riduzione delle risorse disponibili interviene dunque su un equilibrio già profondamente compromesso dalla guerra, dall’insicurezza alimentare e dalla distruzione delle infrastrutture.
Il conflitto iniziato nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido (FSR) ha infatti trasformato il Sudan in uno dei principali epicentri della crisi umanitaria mondiale. In Darfur, alle conseguenze della guerra in corso si sovrappongono quelle di conflitti precedenti, con comunità costrette da anni a confrontarsi con violenza, displacement e crescente precarietà nell’accesso alle risorse.
La siccità del 2026 aggiunge così una nuova dimensione a una crisi nella quale fattori politici, militari, ambientali e alimentari risultano sempre più difficili da separare. Il PAM teme in particolare un ulteriore aggravamento della fame: oltre il 40% della popolazione sudanese si trova già in condizioni di insicurezza alimentare acuta.
A pesare sulla situazione sono anche le anomalie climatiche che interessano l’Africa orientale. Le precipitazioni tardive e irregolari e i lunghi periodi senza pioggia stanno mettendo sotto pressione sistemi agricoli che dipendono fortemente dalla stagionalità delle acque. In un contesto di pace, una cattiva stagione delle piogge rappresenterebbe già una seria minaccia; durante una guerra prolungata, la capacità delle comunità di assorbirne gli effetti si riduce drasticamente.
È proprio questa sovrapposizione a rendere particolarmente grave quanto sta accadendo in Darfur. La terra che non produce più abbastanza cibo non è soltanto un problema ambientale: significa perdita di reddito, aumento dei prezzi, malnutrizione, competizione per acqua e pascoli e, infine, nuovi spostamenti. Ogni elemento finisce per rafforzare gli altri.
La peggiore siccità degli ultimi quarant’anni arriva quindi in uno dei momenti più fragili della storia recente del Sudan. La guerra continua a occupare inevitabilmente il centro dell’attenzione internazionale, ma intorno al conflitto armato avanza un’altra emergenza, meno visibile e altrettanto concreta: quella di un territorio nel quale persino il calendario delle piogge, da cui dipende la vita quotidiana di milioni di persone, ha smesso di offrire certezze.


