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Speciale Sudan

Sudan, tre anni di guerra: il paese “balcanizzato”. Due governi come in Libia

Sudan

In Sudan la guerra entra nel quarto anno con due governi contrapposti, escalation militare e una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo.

Al di là delle facili, ed estremamente superficiali, generalizzazioni, è sempre molto complesso parlare e scrivere in modo esauriente di quanto accade in Sudan. Ormai siamo alla balcanizzazione del Paese, con due distinti governi, non riconosciuti dalla comunità internazionale: il Governo della Pace, guidato dal comandante dell’esercito regolare, il generale Fattah Al Burhan, che controlla la capitale il Sudan Centrale e orientale, comprese  Khartoum e Port Sudan, e il “Governo della pace e dell’unità “ delle Forze di supporto rapido del generale ed ed numero 3 del Consiglio Sovrano sudanese, Mohammed Dagalo detto Hemedti.
Anche per chi, come la sottoscritta  che segue le travagliate vicende di questo paese da quasi 25 anni, dipanare ambiguità delle dinamiche del conflitto è alquanto arduo. In generale ciò che accade in zone lontane dall’interesse dei media mainstream, che continuano a tenere spenti i riflettori sul Sudan, trova poco spazio su testate e tv generaliste. Eppure parliamo di un conflitto che ha causato almeno 200 mila morti, di cui 38 operatori dell’informazione, quasi dieci milioni di sfollati interni e oltre 4 milioni fuggiti negli stati confinanti. Gli orrori in atto in Sudan non possono essere taciuti, non si può accettare l’oscena classificazione, perché di questo si tratta quando si ignorano le crisi dimenticate, in vittime di serie A e di serie B.  È un dovere per il nostro  giornale informare affinché ci sia  piena consapevolezza degli eventi e non, come altri fanno, sminuire un altro genocidio.. Mentre il Sudan entra nel suo quarto anno di guerra, nuovo attacchi da parte delle Forze Armate Sudanesi e delle milizie Rapid Support force, dimostrano un totale disprezzo per la vita dei civili. Le persone vengono uccise sulle strade e nei mercati. Non c’è alcun luogo sicuro. Entrambe le parti in conflitto stanno attaccando e uccidendo persone inermi, come fanno da anni.

La crisi umanitaria in Sudan è una delle più gravi al mondo e, negli ultimi tre anni, i civili hanno subito violenze estreme che hanno devastato ogni aspetto della loro vita. In tutti i 9 stati del Sudan, l’emergenza è al culmine. Le poche ong presenti sul terreno riescono a fornire a malapena l’assistenza medica di base. Nessuna, né esercito né milizie, tutela i civili.
Li massacrano indiscriminatamente.
Mentre scriviamo cresce la preoccupazione per le decine di migliaia di civili sotto attacco sui Monti Nuba e nello Stato del Nilo Azzurro,  dopo che le Forze di Supporto Rapido hanno dichiarato di aver conquistato le principali  città sotto assedio. Nelle ultime ore i paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo noto come Hemedti – che nei mesi scorsi erano riusciti a prendere il controllo della principale base dell’esercito in Darfur – stanno avanzando verso il Kordofan, altra realtà strategica.

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Anche le Forze armate regolari continuano a prendere di mira i civili.

Un attacco di droni sulla città di Kutum, Darfur settentrionale, ha colpito lo scorso 10 aprile una festa di matrimonio, uccidendo almeno 30 persone, tra cui donne e bambini.

Il Comitato di Resistenza El-Fasher, che documenta sin dalla ripresa del conflitto i crimini di guerra di entrambe le parti, ha affermato che il raid con droni a Kutum è stato compito dall’esercito.

Le Nazioni Unite hanno chiesto un cessate il fuoco immediato dicendosi “profondamente allarmate” dalle segnalazioni di combattenti che bloccano le vie di fuga e l’accesso agli aiuti umanitari. Intanto, in rete e sulle piattaforme social si moltiplicano video di atrocità commesse dai paramilitari nei confronti delle popolazioni locali non-arabe, in particolare contro le comunità Fur, Zaghawa e Masalit, e denunce di violenze e stupri su base etnica in una regione già in passato teatro di massacri, pulizia etnica e un genocidio, che tra il 2003 e il 2009 costò la vita ad oltre 600mila persone. Ad alimentare i timori anche un blackout delle telecomunicazioni e l’interruzione della connessione internet satellitare Starlink che stanno gravemente limitando l’accesso alle informazioni indipendenti su quanto accade in città.

Dopo la caduta di El Fasher, l’avanzata nel Kprfodan potrebbe segnare un’ulteriore svolta significativa nella guerra civile sudanese, . La lotta di potere tra l’esercito e le RSF si è trasformata in una guerra aperta che dalla capitale Khartoum, si è estensa rapidamente a tutto il Paese. A gennaio  2025, le Nazioni Unite avevano denunciato che oltre 13 milioni  di persone erano già state costrette alla fuga, ma centinaia di mila sono rimaste intrappolate senza accesso agli aiuti. La conquista di città importanti nella regione sudanese conferisce alle RSF – nate dalle milizie arabe Janjaweed, accusate di aver commesso un genocidio su ordine dell’ex presidente Omar al-Bashir – il controllo su tutti e cinque i capoluoghi del Darfur. Una svolta che consolida la presa del governo parallelo istituito da Hemedti ad agosto nella città di Nyala, capitale del Darfur meridionale, e che secondo diversi osservatori potrebbe preannunciare di fatto la partizione del Sudan in due entità, sul modello libico.

E mentre si prova e far ripartire i colloqui di pace con la Conferenza di Berlino, il conflitto infuria tra le tensioni legate all’integrazione delle RSF nell’esercito regolare e alla lotta per le risorse del Paese. I paramilitari possono ora rivendicare il controllo di un territorio vasto quanto la Francia, al confine con Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Questa situazione rappresenta un ulteriore passo verso la partizione di fatto del Sudan, accelerata ad agosto con la proclamazione di un governo parallelo nella città di Nyala, nel Darfur meridionale, sotto il controllo delle RSF che, impegnate in una guerra civile con l’esercito da tre anni , potrebbe sfruttare questo slancio per riconquistare terreno anche nella parte orientale del Paese, fino a rilanciare un’offensiva su Khartoum, riconquistata dalle forze armate regolari (SAF) lo scorso maggio. “Non abbiamo visto alcun segno che la leadership delle RSF si accontenti del solo Sudan occidentale”, ha dichiarato Alan Boswell, direttore dell’International Crisis Group per il Corno d’Africa. “Finché riceveranno rifornimenti sufficienti per proseguire lo sforzo bellico, sembra che continueranno a intensificare il conflitto”. Nel fine settimana, le RSF hanno registrato progressi nella città strategica di Bara, nel Kordofan settentrionale, a poche ore da Khartoum. Se la presa di El Fasher dovesse rivelarsi un trampolino di lancio per una più ampia espansione territoriale, il quadro del conflitto potrebbe cambiare radicalmente.

Da Kuala Lumpur, dove si trova per il vertice dell’ASEAN, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “gravemente preoccupato” per la situazione a El Fasher ed ha esortato “gli Stati influenti ad agire per impedire atrocità”, aggiungendo che “è giunto il momento che la comunità internazionale parli chiaramente a tutti i paesi che stanno interferendo in questa guerra e fornendo armi alle parti in conflitto, affinché smettano di farlo”. Da tempo, ormai, quella che si combatte in Sudan è diventata una guerra per procura, con attori regionali in competizione per le risorse di un Paese ricco d’oro. L’Egitto e altri Stati confinanti sostengono il generale Al-Burhan e il suo governo con sede a Port Sudan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e Paesi sotto la loro influenza, come il Ciad, appoggiano Hemedti, già vice di Burhan nella precedente giunta militare. Questo intreccio di influenze esterne fa sì che nessuna potenza abbia oggi la forza di costringere i belligeranti a negoziare.

Lo scorso 12 settembre, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno annunciato una roadmap congiunta per porre fine al conflitto, prevedendo una tregua umanitaria di tre mesi seguita da un cessate il fuoco e da un processo di transizione politica. Ma il piano, già in stallo, rischia di restare l’ennesimo tentativo diplomatico senza effetti sul terreno.

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Sudan

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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