Skip to content
Speciale Sudan

Sudan, la guerra alimenta ulteriormente la più grave crisi umanitaria al mondo

Secondo il Global Hunger Index, il Sudan è al 110° posto nell'Indice globale della fame (GHI): presenta infatti l'11,4% della popolazione denutrita, il 39,6% dei bambini sotto i 5 anni sofferenti di rachitismo, uno stato di deperimento nei bambini sotto i 5 anni del 17,4% e una mortalità infantile salita al 5,2% nei bambini sotto i 5 anni.

Avremmo voluto parlare di tentativi di pace, di uno stop ai combattimenti e di un ritorno dei rifugiati a casa, ma ciò che abbiamo di fronte, sebbene lo si sia raccontato più volte, è qualcosa che nemmeno i nostri occhi e le nostre orecchie riescono ad immaginare.

Sudan. La guerra che va avanti da oltre 20 mesi nel paese, è la principale responsabile della più grave crisi alimentare al mondo e sta mettendo in ginocchio il paese più giovane e più povero del pianeta.

Sudan
Credits: WFP/Mohamed Galal

Lo sfociare di malattie, le decine di migliaia di morti (61mila nei primi 14 mesi di guerra), i 14 milioni di sfollati (tra questi circa 3,1 milioni hanno cercato riparo in un paese confinante), le tragedie legate ai cambiamenti climatici e la carestia dilagante che sta falcidiando oltre 48 milioni di persone (la metà della popolazione è a rischio di grave malnutrizione) costituiscono dati che immettono tale crisi su un piano difficilmente comprensibile.

Annunci

Secondo il Global Hunger Index, il Sudan è al 110° posto nell’Indice globale della fame (GHI): presenta infatti l’11,4% della popolazione denutrita, il 39,6% dei bambini sotto i 5 anni sofferenti di rachitismo, uno stato di deperimento nei bambini sotto i 5 anni del 17,4% e una mortalità infantile salita al 5,2% nei bambini sotto i 5 anni.

Dopo mesi, una colonna di oltre venti camion contenenti aiuti umanitari sono riusciti a passare sull’asse di Jebel Moya, ed arrivare nella periferia della capitale. Una boccata di ossigeno per una popolazione allo stremo. Il convoglio organizzato dal PAM, Unicef, Care International e Medici senza Frontiere ha valicato il confine di Jebel Aulia entrando a sud della capitale col 27 Dicembre, così come riportato dai volontari sul campo.

Si tentano prove di normalità nelle zone riportate alla calma, ma proprio nelle ultime 48 ore un altro allarme ha destato il torpore della comunità internazionale. Gli studenti delle scuole, da oltre venti mesi privati dell’accesso alle strutture educative (perché sfollati o perché più semplicemente gli edifici sono andati distrutti) si ritroveranno impossibilitati a sostenere gli esami finali, iniziati il 28 Dicembre. Il governo sudanese ha infatti deciso che tali esami potranno essere espletati solo nelle zone controllate, lasciando fuori centinaia di migliaia di giovani, le cui speranze ricadevano proprio nel trampolino di un’istruzione superiore.

Ciò che porta a pensare ad un 2025 – per il Sudan – ben peggiore dell’anno che lo ha preceduto è la mancanza di una soluzione definitiva, una prospettiva di vittoria decisiva delle parti in conflitto. Le cose sono destinate a peggiorare per i civili nel nuovo anno, questo il responso degli analisti allo stato attuale.

L’arrivo di armi in abbondanza e molto più sofisticate rispetto a quelle utilizzate all’inizio del conflitto, rendono la fine dei combattimenti una prospettiva davvero lontana. Il Sudan oggi è un paese pieno di armi, le armi leggere sono; questa corsa agli armamenti è il nodo che ci porta a pensare che prospettive di pace a breve termine possano essere scarse.

© UNHCR/Ragione Moses Runyanga

I report delle nazioni unite e delle organizzazioni per i diritti umani hanno più volte tracciato rifornimenti di armi destinati alle Rapid Support Forces comandate dal generale Hemedti da parte degli UAE, sebbene Abu Dhabi abbia sempre negato il proprio coinvolgimento. D’altra parte la denuncia da parte delle Nazioni Unite dell’invio alle SAF (l’esercito sudanese) dei droni Mohajer-6 da parte dell’Iran rende bene l’idea di chi trae vantaggio da eventuali finanziamenti.

I combattimenti che negli ultimi mesi hanno riportato le SAF a riconquistare alcune zone andate perdute nella prima fase del conflitto, avevano fatto pensare ad una svolta nella guerra, ma le azioni militari si sono presto affievolite, cosa che ha portato le RSF a rioccupare zone abbandonate pochi giorni prima, in un capovolgimento di fronti repentino ed instabile.

E’ vero, la riconquista dell’asse Jebel Moya, a sud della capitale Khartoum, permette oggi all’esercito di avere un ponte logistico che lo mette in grado di di lanciare azioni militari nello Stato di Gezira, il cuore agricolo del Sudan, cosa fino a poco tempo fa impensabile.

Per mesi infatti l’unico ponte con il sud del paese è stata la città di El Fasher, capitale dello stato del Darfur. Una città assediata, bombardata, nella quale sono stati denunciati casi di centinaia di uccisioni extragiudiziali su propalazione etnica, stupri, sottoposta a bombardamenti che hanno costretto decine di migliaia di persone ad ingrossare le fila degli sfollati che ad oggi, ricordiamo, contano 14 milioni di persone.

Credits: Reuters

Nonostante le notizie di vittorie, perdite e riconquiste si susseguano, ciò che appare chiaro agli osservatori è che non vi è e non risarà a breve termine una svolta militare poiché nessuna delle due parti militari ha laforza di capovolgere la situazione mentre i due contendenti (Al Bhuran ed Hemedti) sembra non abbiano un atteggiamento adeguato alla pacificazione del paese, o forse nessuna intenzione di arrivarvi seriamente.

L’odio tra le due parti preclude qualsiasi ipotesi di dialogo e la militarizzazione del paese fa comodo a molti. Non avere alcuna intenzione di sedersi al tavolo purtroppo ci porta a dire che la pace non è e non sarà a breve termine dietro l’angolo.

Appare evidente che di fronte una situazione come quella descritta, senza alcuna cessazione dei combattimenti o percorso di pace evidente, rimane ciò abbiamo sul campo. Una frammentazione geografica e sociale totale, destinata ad aggravarsi, con i signori della guerra appartenenti ai vari clan, che schieratisi con l’una o l’altra parte a reclamare delle zone di influenza e controllo.

 

 

 

 

 

Annunci
aiuti umanitariAl BhuranArmiCare Internaționalcarestiacrisi alimentarecrisi umanitariaguerraHemedtiIrankhartoummedici senza frontierepacePAMRSFSAFSudanUAEunicef
Leggi anche
Special Sudan

Sudan, war further fuels the world’s worst humanitarian crisis

According to the Global Hunger Index, Sudan is ranked 110th in the Global Hunger Index (GHI): it has 11.4% of the population undernourished, 39.6% of children under 5 years old suffering from rickets, organic decay in children under 5 years old of 17.4% and an infant mortality rate up to 5.2% in children under 5.

We would have talked about peace attempts, a stop to the fighting, a return of the refugees home, but what we are facing, although it has been said many times, is something that not even our eyes and our ears can imagine.

Sudan. The war that has been going on for over 20 months in the country is the main responsible for the most serious food crisis in the world and is bringing the youngest and poorest country on the planet to its knees.
The outbreak of diseases, the tens of thousands of deaths (61.000 in the first 14 months of war), the 14 million displaced persons ( about 3.1 million of them seeking refuge in a neighboring country), the tragedies due to climate changes and the widespread famine that is decimating over 48 million people (half of the population is at risk of severe malnutrition) are data that put this crisis on a level that is hard to understand.
According to the Global Hunger Index, Sudan is ranked 110th in the Global Hunger Index (GHI): it has 11.4% of its population undernourished, 39.6% of children under 5 suffer from rickets, a state of emaciation in children under 5 of 17.4% and an infant mortality rate that has risen to 5.2% in children under 5.

Annunci

After months, a convoy of over twenty trucks containing humanitarian aid managed to pass through the Jebel Moya axis and reach the outskirts of the capital. A breath of fresh air for an exhausted population. The convoy organized by WFP, Unicef, Care International and Doctors Without Borders crossed the Jebel Aulia border, entering south of the capital on December 27, as reported by volunteers. Attempts at normality are being made in the calm-restored areas, but in the last 48 hours another alarm has awakened the international community. School students, deprived of access to educational facilities for over twenty months (because they have been displaced or more simply because the buildings have been destroyed) will be unable to take their final exams, which began on December 28, because the Sudanese government has decided that exams can only be taken in controlled areas, leaving out hundreds of thousands of young people, whose hopes were based on the higher education.
The lack of a definitive solution, a prospect of a decisive victory for the parties in conflict lead us to think that 2025 – for Sudan – will be much worse than 2024.
Things are destined to get worse for civilians in the new year, this is the response of analysts at the moment. Sudan today is a country full of weapons.
The abundance of more sophisticated weapons makes the end of the fighting a very distant prospect.
Reports by the United Nations and human rights organizations have repeatedly traced the supply of weapons to the Rapid Support Forces commanded by General Hemedti by the UAE, although Abu Dhabi has always denied its involvement. On the other hand, the denunciation by the United Nations of Iran’s sending of Mohajer-6 drones to the SAF (the Sudanese army) gives a good idea of ​​who benefits from
financing.

Sudan, the army launches the most intense offensive since the beginning of the war on Khartoum.

The fighting that recently led the SAF to reconquer some areas lost in the first phase of the conflict, had led to the thought of a turning point in the war, but the military actions soon weakened, which led the RSF to reoccupy the areas, in a sudden and unstable reversal of fronts.

The reconquest of the Jebel Moya axis, south of the capital Khartoum, now allows the army to have a logistical bridge that enables it to launch military actions in the State of Gezira, the agricultural heart of Sudan.

Violence, rapes and kidnappings are not isolated cases.

For months the city of El Fasher, capital of the state of Darfur, has been the only connection to the south of the country. A city besieged, bombed, with hundreds of extrajudicial killings on ethnic propalation, rapes, bombings that have forced tens of thousands of people to swell the ranks of the displaced, more than 14 millions people. What is clear to observers is that there is not and will not be a military turning point in the short term, since neither of the two military parties has the strength to reverse the situation, while the two contenders (Al Bhuran and Hemedti) do not seem to have an adequate attitude to the pacification of the country, or perhaps no intention to seriously get there. The hatred between the two parties precludes any hypothesis of dialogue and many the militarization of the country is convenient for too many people. Unfortunately we can affirm that peace is not and will not be around the corner in the short term.

Annunci
aiuti umanitariAl BhuranArmiCare Internaționalcarestiacrisi alimentarecrisi umanitariaguerraHemedtiIrankhartoummedici senza frontierepacePAMRSFSAFSudanUAEunicef
Speciale Sudan

Soudan, la guerre alimente encore davantage la crise humanitaire la plus grave au monde

Secondo il Global Hunger Index, il Sudan è al 110° posto nell'Indice globale della fame (GHI): presenta infatti l'11,4% della popolazione denutrita, il 39,6% dei bambini sotto i 5 anni sofferenti di rachitismo, uno stato di deperimento nei bambini sotto i 5 anni del 17,4% e una mortalità infantile salita al 5,2% nei bambini sotto i 5 anni.

Nous aurions voulu parler de tentatives de paix, d’un arrêt des combats et du retour des réfugiés chez eux, mais ce que nous avons devant nous, bien que cela ait été raconté plusieurs fois, est quelque chose que même nos yeux et nos oreilles n’arrivent pas à imaginer.

Soudan. La guerre qui dure depuis plus de 20 mois dans le pays est la principale responsable de la crise alimentaire la plus grave au monde et met à genoux le pays le plus jeune et le plus pauvre de la planète.

Annunci

Lo sfociare di malattie, le decine di migliaia di morti (61mila nei primi 14 mesi di guerra), i 14 milioni di sfollati (tra questi circa 3,1 milioni hanno cercato riparo in un paese confinante), le tragedie legate ai cambiamenti climatici e la carestia dilagante che sta falcidiando oltre 48 milioni di persone (la metà della popolazione è a rischio di grave malnutrizione) costituiscono dati che immettono tale crisi su un piano difficilmente comprensibile.

Selon le Global Hunger Index, le Soudan est au 110e rang de l’indice mondial de la faim (GHI) : 11,4 % de la population est malnutrie, 39,6 % des enfants de moins de 5 ans souffrent de rachitisme, 17,4 % des enfants de moins de 5 ans sont en état de dénutrition et la mortalité infantile est montée à 5,2 % chez les enfants de moins de 5 ans.

Après des mois, un convoi de plus de vingt camions contenant des aides humanitaires a réussi à passer par l’axe de Jebel Moya et à atteindre la périphérie de la capitale. Une bouffée d’oxygène pour une population à bout de nerfs. Ce convoi, organisé par le PAM, l’Unicef, Care International et Médecins Sans Frontières, a franchi la frontière de Jebel Aulia en entrant au sud de la capitale le 27 décembre, comme l’ont rapporté les volontaires sur le terrain.

Des tentatives de normalité sont faites dans les zones revenus à la paix, mais au cours des 48 dernières heures, une autre alerte a tiré la communauté internationale de son apathie. Les élèves des écoles, privés d’accès aux structures éducatives depuis plus de vingt mois (soit en raison des déplacements, soit parce que les bâtiments ont été détruits), se retrouveront dans l’impossibilité de passer les examens finaux, qui ont commencé le 28 décembre. En effet, le gouvernement soudanais a décidé que ces examens ne pourraient être organisés que dans les zones contrôlées, laissant sur le carreau des centaines de milliers de jeunes, dont les espoirs reposaient sur l’accès à une éducation supérieure.

Ce qui incite à penser qu’un 2025 – pour le Soudan – pourrait être bien pire que l’année précédente, c’est le manque d’une solution définitive, d’une perspective de victoire décisive pour les parties en conflit. La situation est destinée à se détériorer pour les civils dans la nouvelle année, tel est le verdict des analystes à l’état actuel.

L’arrivée d’armes en abondance et bien plus sophistiquées que celles utilisées au début du conflit rend l’issue des combats d’autant plus lointaine. Aujourd’hui, le Soudan est un pays saturé d’armes ; cette course aux armements est le nœud qui nous pousse à penser que les perspectives de paix à court terme sont rares.

Les rapports des Nations Unies et des organisations pour les droits de l’homme ont plusieurs fois documenté des approvisionnements en armes destinés aux Forces de Soutien Rapide commandées par le général Hemedti en provenance des Émirats Arabes Unis, bien qu’Abou Dhabi ait toujours nié son implication. D’autre part, la dénonciation par les Nations Unies de l’envoi de drones Mohajer-6 aux Forces Armées Soudanaises (SAF) par l’Iran illustre bien qui profite de potentiels financements.

Soudan, l’armée lance l’offensive la plus intense depuis le début de la guerre sur Khartoum
Les combats qui, ces derniers mois, ont permis aux SAF de reprendre certaines zones perdues lors de la première phase du conflit, avaient laissé penser à un tournant dans la guerre, mais les actions militaires se sont rapidement affaiblies, ce qui a conduit les RSF à réoccuper des zones abandonnées quelques jours auparavant, dans un retournement de front soudain et instable.

Il est vrai que la reconquête de l’axe de Jebel Moya, au sud de la capitale Khartoum, permet aujourd’hui à l’armée d’avoir un pont logistique qui lui permet de lancer des actions militaires dans l’État de Gezira, le cœur agricole du Soudan, chose inimaginable il y a peu de temps.

Soudan. Les violences, les viols et les enlèvements ne sont pas des cas isolés
Pendant des mois, le seul pont avec le sud du pays a été la ville d’El Fasher, capitale de l’État du Darfour. Une ville assiégée, bombardée, où des centaines d’exécutions extrajudiciaires sur base ethnique, des viols, ont été signalés, soumise à des bombardements qui ont contraint des dizaines de milliers de personnes à rejoindre les rangs des déplacés qui se chiffrent aujourd’hui à 14 millions de personnes.

Malgré les nouvelles de victoires, de pertes et de reconquêtes qui se succèdent, ce qui apparaît clairement aux observateurs, c’est qu’il n’y a et n’y aura pas à court terme de tournant militaire, car aucune des deux parties militaires n’a la force de renverser la situation, tandis que les deux protagonistes (Al Burhan et Hemedti) semblent ne pas avoir d’attitude adéquate pour pacifier le pays, ou peut-être aucune intention d’y parvenir sérieusement.

La haine entre les deux parties exclut toute hypothèse de dialogue, et la militarisation du pays profite à beaucoup. Ne pas avoir l’intention de s’asseoir à la table nous amène malheureusement à dire que la paix n’est pas et ne sera pas, à court terme, au coin de la rue.

Il est évident qu’en face d’une situation comme celle-ci, sans aucune cessation des combats ou parcours de paix évident, il ne reste que ce que nous avons sur le terrain. Une fragmentation géographique et sociale totale, vouée à s’aggraver, avec les seigneurs de la guerre appartenant aux divers clans, alignés avec l’une ou l’autre partie, revendiquant des zones d’influence et de contrôle.

Annunci
aiuti umanitariAl BhuranArmiCare Internaționalcarestiacrisi alimentarecrisi umanitariaguerraHemedtiIrankhartoummedici senza frontierepacePAMRSFSAFSudanUAEunicef
Torna su
No results found...