Il consigliere speciale di Trump, Massad Boulos, denuncia alla BBC il supporto militare straniero a entrambi i generali. I report dell’ONU svelano la fitta rete di contrabbando, oro e armi che attraversa l’Africa e il Medio Oriente.

Il conflitto in Sudan non è più una guerra civile, ma uno scontro per procura alimentato da una fitta rete di ingerenze esterne. A squarciare il velo di ipocrisia diplomatica sulla crisi umanitaria nel Corno d’Africa è Massad Boulos, consigliere speciale del presidente statunitense Donald Trump per gli Affari Arabi e Africani.
In un’intervista esclusiva rilasciata al programma Focus on Africa della BBC, Boulos ha rivelato che almeno 12 Paesi stanno fornendo supporto militare diretto e indiretto alle fazioni in lotta, l’esercito regolare (SAF) e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), includendo nella lista tutti gli Stati confinanti della regione.
Le dichiarazioni dell’advisor della Casa Bianca confermano quanto gli analisti denunciano da mesi: il collasso del Sudan è accelerato da un flusso continuo di armi e droni di ultima generazione. Sebbene Boulos abbia evitato di fare esplicitamente i nomi dei governi coinvolti, definendoli “ben noti” alla comunità internazionale, a colmare i silenzi della diplomazia sono i recenti dossier investigativi pubblicati dalle Nazioni Unite. I monitoraggi internazionali tracciano con precisione la mappa di questo mercato nero della guerra.
Secondo la Missione conoscitiva indipendente delle Nazioni Unite, la ragnatela dei rifornimenti si snoda lungo direttrici strategiche chiare. Sul banco degli imputati per il sostegno alle RSF, guidate dal generale Dagalo, figurano in prima linea gli Emirati Arabi Uniti (UAE).
Nonostante le smentite di Abu Dhabi, i report ONU indicano il Paese mediorientale come il principale fulcro finanziario e logistico per l’invio di droni e il reclutamento di contractors. I carichi militari transitano attraverso hub di frontiera in Ciad, nella Libia sud-orientale e nella città portuale di Bosaso, in Somalia. Più a sud, nazioni come Sud Sudan, Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana vengono segnalate come corridoi chiave per il contrabbando di materiale bellico e per l’esportazione illegale dell’oro sudanese, la vera cassaforte che finanzia le milizie.
Sul fronte opposto, le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan hanno risposto stringendo legami con attori globali altrettanto determinati. L’esercito regolare beneficia del supporto tecnologico di Iran e Russia, che garantiscono droni d’attacco avanzati e sistemi missilistici in cambio di futura influenza geopolitica. Le indagini dell’ONU hanno persino documentato la presenza di circa 2.000 mercenari provenienti dalla Colombia, impiegati per addestrare i soldati regolari all’uso di droni esplosivi.
Di fronte a uno scenario così frammentato, la strategia di Washington punta a colpire il cuore logistico del conflitto. L’obiettivo immediato dell’amministrazione statunitense è estendere l’embargo sulle armi dell’ONU a tutto il territorio nazionale. Attualmente, infatti, le sanzioni del Consiglio di Sicurezza si applicano solo alla martoriata regione occidentale del Darfur. Questo limite normativo ha permesso alle fazioni di ricevere legalmente enormi flussi di equipaggiamenti a Port Sudan o in altre aree controllate, per poi ridistribuirli sui fronti caldi di Khartoum e dello Stato di Al-Jazirah.
“L’afflusso di armi deve finire se vogliamo dare una possibilità alla pace”, ha ribadito Boulos, confermando il pressing diplomatico del Dipartimento di Stato a New York. La strada resta tuttavia in salita. Il potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza e gli interessi delle superpotenze sulle risorse strategiche sudanesi rischiano di frenare il blocco totale. Ma l’appello di Washington parla chiaro: senza un reale stop al supporto dei 12 Paesi vicini e lontani, qualsiasi tavolo di negoziato è destinato a rimanere lettera morta.
I Numeri della Catastrofe Umanitaria in Sudan
Mentre le cancellerie internazionali discutono di embargo e sanzioni, i dati sul terreno descrivono la più grave emergenza umanitaria del pianeta per dimensioni e rapidità di deterioramento:
- Vittime stimate: Le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali calcolano oltre 150.000 mortidall’inizio dei combattimenti, una cifra considerata dagli esperti ampiamente sottostimata a causa del blocco delle comunicazioni.
- La più grande crisi di sfollati al mondo: Sono circa 12 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case. Tra queste, oltre 8,9 milioni sono sfollati interni, mentre più di 3 milioni hanno cercato rifugio oltre il confine in Paesi come il Ciad, l’Egitto e il Sud Sudan.
- Emergenza fame e malnutrizione: Più di 33 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria urgente. Secondo l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), intere regioni del Darfur sono entrate formalmente in stato di carestia, e oltre la metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta.
- Collasso sanitario: Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa il 70-80% delle strutture sanitarie nelle zone di conflitto è fuori servizio. Il Paese affronta epidemie fuori controllo di colera, malaria e dengue causate dal collasso dei sistemi idrici.
Annunci

