“E’ davvero scioccante vedere la storia ripetersi dopo quanto accaduto ad El Fasher” afferma Volker Turk, Alto commissario per le Nazioni Unite per i diritti umani. L’allarme è lanciato: si teme un’altra ondata di violenze contro i civili, la caduta della città di Babanusa esporrebbe tutta al regione al rischio di atrocità di massa.
Le Nazioni Unite hanno avvertito che la regione di Kordofan in Sudan potrebbe affrontare un’altra ondata di atrocità di massa mentre feroci combattimenti tra l’esercito sudanese e le forze di supporto rapido rendono la crisi umanitaria in atto, una vera e propria catastrofe.
Dalla fine di ottobre, da quando le RSF hanno conquistato la città di Bara, nel nord Kordofan, sono tate documentate 269 morti civili, causate dai bombardamenti e dall’artiglieria dei miliziani.
Come abbiamo imparato a fare sin dall’inizio della guerra, tratteremo il dato come un dato al ribasso: il blackout delle comunicazioni e le notizie frammentarie ci hanno insegnato ad attendere del tempo, perché molto spesso i dati che arrivano sono al ribasso.

Anche se l’esercito ha più volte negato di aver perso la città di Babanusa, le informazioni sono inequivocabili: la città, in cui era ospitato il quartier generale della 22ma divisione dell’esercito sudanese è stata conquistata dalle Forze di Supporto Rapido. I militari avrebbero abbandonato la città sciamando nei territori vicini, a volte in una vera e propria corsa per salvarsi la pelle. Il vice comandante della 22ª divisione di fanteria e il capo della 170ª brigata di artiglieria sono stati uccisi in un’imboscata durante la ritirata.
Nel pomeriggio del 1 Dicembre arrivano le prime immagini a testimoniarlo, il controllo dei miliziani è ormai totale. Si continua a combattere a Kadugli e Dilling, mentre gli ospedali del Kordofan occidentale vengono inondati dai feriti provenienti dall’intera regione. Sono circa 50000 le persone fuggite dalle proprie abitazioni nelle ultime tre settimane.
Il Sudan Doctors Network chiede alle Nazioni Unite di fare pressione sulle RSF affinché consentano ai civili di evacuare dalle zone di combattimento, mente l’OMS sottolinea come dall’inizio della guerra 1700 operatori sanitari e pazienti siano morti a causa dei combattimenti.

Dopo la caduta della città di El Fisher, Babanusa è divenuta l’obiettivo principale per i contendenti, un territorio chiave per le SAF e per le RSF, un corridoio che collega il Darfur e i territori del Kordofan, controllati dall’esercito: qualora le RSF raggiungessero El Obeid avrebbero di nuovo la strada spianta verso la capitale, Khartoum, strappata loro dall’esercito solo all’inizio di quest’anno.
Anche se il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha descritto la scena prenotatagli di El Fasher come una vera e propria scena del crimine e Amnesty International richiesto indagini serrate sui crimini di guerra commessi nella città, a nulla sono valsi ad oggi gli appelli internazionali. Nemmeno le sanzioni inflitte dall’UE contro Abdelrahim Dagalo, vice della RSF e fratello del leader delle milizie, Mohamed Hamdan “Hemedti”, hanno sortito effetto.


