Gli ultimi fatti hanno portato all’attenzione della comunità internazionale la violenza diffusa, gli attacchi ai civili, l’utilizzo dello stupro come arma di guerra e la distruzione di intere comunità e villaggi.
Sudan. A seguito di attacchi delle Rapid Support Forces nella regione di Al Jazirah a sud di Khartoum, sono 124 i morti, 200 i feriti e circa 150 i detenuti da parte delle milizie (il dato è destinato a salire inesorabilmente) che vengono accertati nella città di Al-Sareeha.

I Comitati di Resistenza hanno riferito ai media internazionali che le barriere comunicative sono alla base dei dati approssimativi, ma che Il vero numero di vittime potrebbe essere “significativamente più alto”.
Barriere comunicative minacciate dal fatto che le RSF hanno avviato un’azione di confisca dei dispostivi Starlink – l’unico mezzo di comunicazione a disposizione dei civili in molte aeree – mettendo a dura prova la documentazione dei fatti. Ad aggravare la situazione (della documentazione di ciò che accade) anche la fuga da parte dei civili dalle zone poste sotto attacco.
Non ci è possibile confermare le notizie che arrivano dal luogo (l’area è interdetta ai media); qualora le notizie che ci arrivano da attivisti e medici presenti sul campo venissero confermate, segnerebbero uno degli eventi più mortali e violenti in una guerra che finora non ha mostrato segni di cedimento.
Ma le RSF ci hanno abituato che il peggio deve ancora venire. Sin dall’inizio della guerra infatti, si sono rese protagoniste di atti di violenza su base etnica, violenze sessuali utilizzate come arma di guerra, distruzione di interi villaggi (spesso poi dati alle fiamme), appropriazione indebita, uccisioni indiscriminate di civili, tortura e sequestro di persona.
Nonostante il suo rebranding in Rapid Support Forces (RSF), le tecniche utilizzate dalla milizia sono le stesse da 20 anni; la persistenza delle tattiche brutali della milizia sottolinea la violenta eredità dei Janjaweed, attivi nel Darfur tra il 2003 ed il 2020.
La natura organizzata e strutturata di queste tattiche violente (uccisioni di massa, schiavitù sessuale e deliberato smantellamento dei mezzi di sostentamento) sono elementi basilari della loro strategia di destrutturazione della società civile; si minano le fondamenta, reprimendo le comunità, instillando paura, facendo terra bruciata.
La presenza di queste due parti ben distinte sul campo, non deve indurci a fare paragoni indebiti e fuorvianti: l’esercito opera sotto la rigida guida del diritto internazionale e dei principi di impegno legittimo, le RSF non hanno alcun vincolo.
Proprio i principi di impegno legittimo sono tra i fattori che stanno allungando questo conflitto: le SAF hanno spesso messo in campo azioni per non mettere a rischio la vita dei civili sudanesi, esortando i civili ad evitare le zone sotto il controllo delle RSF; un’aderenza che spesso ha ritardato le azioni militari, reso ancor più complesse alcune manovre, con un costo strategico notevole.
Non sempre le cose sono andate come dovevano andare, sappiamo bene che le vittime civili fanno parte -ahimè- di ogni conflitto ed ogni esercito si trova ad affrontare grandi difficoltà nel tentativo di evitare vittime civili durante le proprie operazioni (quando non deliberate, ma in questo caso siamo nel campo dei crimini di guerra), dobbiamo altresì desistere dal mettere tutto sullo stesso piano.
Paragonare le operazioni dell’esercito sudanese al deliberato attacco ai civili da parte delle RSF trascura questa complessità e rischia di creare una narrazione fuorviante che non tiene conto dei fatti e viene ascritta alla sola critica, quando invece siamo nel pieno della cronaca.


![Sudanese fleeing the southeastern town of Sennar after an attack by the Rapid Support Forces (RSF) on nearby Jebel Moyain, arrive on 28 June, 2024 in Gedaref in eastern Sudan [AFP via Getty Images]](https://focusonafrica.info/wp-content/uploads/2024/10/GettyImages-2159012576-scaled-e1729755845553.jpg.webp)