Tra l’11 e il 13 aprile 2025 i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) hanno attaccato Zamzam, il più grande campo per persone sfollate dello stato sudanese del Darfur settentrionale. Facendosi strada con munizioni esplosive, le Fsr hanno aperto il fuoco contro i civili, preso ostaggi, vandalizzato e distrutto moschee, scuole e centri sanitari costringendo alla fuga circa 400.000 persone. L’attacco ha preceduto l’offensiva per conquistare El Fasher, la capitale dello stato, obiettivo raggiunto il 26 ottobre con esiti devastanti.
Sull’attacco a Zamzam Amnesty International ha reso nota una propria indagine, giungendo alla conclusione che si sia trattato di un crimine di guerra. L’indagine è stata condotta tra giugno e agosto del 2025 e si è basata su 29 interviste a testimoni oculari, sopravvissuti, familiari di vittime, giornalisti, analisti militari e personale medico, oltre che sull’analisi di decine di video, fotografie e immagini satellitari.
L’indagine chiama in causa gli Emirati Arabi Uniti, che hanno attivamente alimentato il conflitto in Sudan fornendo armi alle Fsr. Dato l’elevato pericolo di dirottare queste forniture alle Fsr, gli stati devono immediatamente sospendere tutti i trasferimenti di armi agli Emirati Arabi Uniti.
Le persone sopravvissute all’attacco a Zamzam hanno raccontato che l’11 e il 12 aprile le bombe hanno colpito luoghi affollati come case, strade e le vicinanze di una moschea dov’era in corso la celebrazione di un matrimonio, uccidendo e ferendo civili per poi dare alle fiamme le abitazioni.
Immagini satellitari del 16 aprile, analizzate da Amnesty International, hanno mostrato nuovi crateri a ulteriore conferma dell’uso di armi esplosive in zone popolate.
Le persone sopravvissute hanno fornito terribili resoconti sui tentativi di fuggire dagli incendi e di nascondersi per evitare i bombardamenti:
“Era davvero terribile. Non si riusciva a capire da dove venissero i colpi. Bombardavano ovunque, in ogni luogo”, ha testimoniato Younis*, un soccorritore volontario.
“I combattenti [delle Fsr] urlavano e sparavano contro chiunque, ecco perché hanno ucciso così tante persone”, ha riferito Mamoun*, un volontario addetto alla distribuzione del cibo.
“Uno [delle Fsr] era piazzato su un tettuccio e sparava a chiunque si trovasse lungo la strada”, ha aggiunto Sadya*, volontaria per alcune organizzazioni non governative.
Aprire il fuoco a casaccio, in assenza di obiettivi militari specifici, può costituire un attacco indiscriminato, ossia una grave violazione del diritto internazionale umanitario.
In alcuni casi, come ha documentato Amnesty International, i combattenti delle Fsr hanno sparato intenzionalmente contro civili.
Secondo testimoni oculari, le Fsr hanno ucciso 47 civili che si stavano nascondendo all’interno di abitazioni, di un centro sanitario e di una moschea. Uccidere intenzionalmente persone che non stanno partecipando o non stanno più partecipando direttamente ad atti ostili è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e può costituire un crimine di guerra.
Le testimonianze oculari e i video esaminati da Amnesty International confermano che le Fsr hanno preso di mira civili sulla base del sospetto che facessero parte delle Forze unite, un’alleanza di ex gruppi ribelli del Darfur alleata all’esercito sudanese o che fossero soldati.
Le Fsr, inoltre, hanno saccheggiato e incendiato abitazioni, negozi, un mercato, una scuola e la moschea della zona di Sheikh Farah, distruggendo o danneggiando gravemente infrastrutture civili di grande importanza. I luoghi di culto, le strutture sanitarie e i centri educativi sono protetti dal diritto internazionale.
Le persone sfollate intervistate da Amnesty International hanno descritto la loro pericolosa fuga in cerca di salvezza senza cibo, acqua e servizi medici. Alcune di loro hanno subito azioni che possono costituire i crimini di stupro, uccisione e saccheggio.
Senza cibo, acqua, servizi medici e mezzi per cercare un rimedio giuridico, le persone sopravvissute agli attacchi si sono sentite abbandonate dalla comunità internazionale. Le loro priorità, hanno raccontato ad Amnesty International, sono ora quelle di ricevere aiuti umanitari e di stare in luoghi protetti e sicuri. Chiedono risarcimenti per i crimini subiti durante e dopo l’attacco e che i responsabili siano chiamati a risponderne.
“Nessuno si sta occupando della nostra situazione”, ha concluso Elnor* che ha visto 15 uomini armati uccidere uno dei suoi fratelli di 70 anni e un nipote di 30 anni.
*I veri nomi delle persone intervistate sono stati protetti per motivi di sicurezza e confidenzialità.
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