il 46enne, trattenuto in Sudan con accuse di truffa, si trova in condizioni psicologiche preoccupanti.
Forte del consiglio medico dei dottori di Emergency, la famiglia spera di avere buone chance che l’appello possa essere recepito.
Zennaro dopo aver trascorso quasi due mesi in detenzione prima in una stazione di polizia poi in prigione a Khartoum, era stato scarcerato nell’attesa dell’ l’iter processuale.
La situazione si è di nuovo complicata quando il pubblico ministero aveva revocato il dispositivo di scarcerazione. Solo i solidi rapporti diplomatici tra Italia e Sudan hanno portato alla decisione definitiva del giudice di disporre i domiciliari presso un albergo del centro della Capitale.
I presupposti per velocizzare la soluzione del caso c’erano tutti. A cominciare dalle assicurazioni del primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, che all’inviato della Farnesina Vignali aveva garantito il rispetto dei diritti umani e un giusto processo per il nostro connazionale.
I legali, una volta archiviate le denunce penali, hanno avviato una mediazione con l’intento di chiarire al più presto gli aspetti non definiti della controversia economica e favorire una transazione che portasse a un accordo.
Le parti ritenute ‘offese’ chiedono la restituzione di quanto pagato: un milione 156 mila euro la prima commessa, 700 mila la seconda.
La presentazione delle denunce, sulla base della legislazione vigente in Sudan, aveva portato all’arresto di Marco Zennaro, amministratore dell’azienda di famiglia, che da marzo si trovava a Khartoum per tentare di risolvere la questione.
Tutto è scaturito dal mancato certificato di conformità sui trasformatori venduti dall’azienda di Zennaro. Secondo la famiglia dell’imprenditore non è stato rilasciato perché a effettuare le verifiche è stata una società concorrente.
La prima disputa tra la Zennaro Electrical Constructions di Marghera (Venezia) e la Jalabi Company, che aveva firnato l’ordine con l’impresa italiana e che fungeva da mediatore tra quest’ultima e un’altra società sudanese, la Hightend Multi-Activities Company, è scaturita da questo.
In un primo momento la controversia era stata superata con il pagamento da parte di Zennaro di 400 mila euro, ma la Hightend Multi-Activities Company, insieme a una terza, la Sheikh El-Din Brothers – che a sua volta aveva acquistato i trasformatori dall’impresa veneta – hanno depositato un ulteriore esposto alle autorità sudanesi contro Zennaro.
La situazione si è dunque complicata anche se, essendo decaduti i procedimenti penali, la famiglia di Zennaro sperava in una soluzione più rapida. Aspettative deluse dall’impossibilità di versare l’elevata somma richiesta come cauzione per permettere all’imprenditore di rientrare in Italia. Da qui la richiesta al governo italiano di farsi garante e permettergli di attendere gli esiti della causa civile a casa dopo aver trascorso alcuni giorni in Ambasciata (attualmente è in albergo dove lo ha raggiunto la moglie) per il timore di un nuovo arresto.


