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Sudan, quattro anni fa il golpe che fermò la transizione democratica

Il 25 ottobre del 2021 è stato il primo passo verso il baratro della guerra civile scoppiata nell’aprile del 2023, che si consuma nel silenzio del mondo. Duemila morti in un solo giorno nel Darfur

Il 23 ottobre di quattro anni fa, il Sudan è ripiombato in un incubo. La nazione, colpita da un golpe militare che aveva deposto il premier Abdalla Hamdok e posta la parola fine a un fragile percorso di transizione democratica, improvvisamente veniva travolta dal caos e della repressione violenta.
Quel giorno segnò la fine di un sogno, il parziale frutto delle rivolte del 2019, che avevano portato alla caduta di Omar al-Bashir e acceso la speranza di un futuro di libertà e giustizia per milioni di sudanesi.
il primo passo verso il baratro della guerra civile che da oltre due anni si consuma nel silenzio pressoché generale del mondo.
Un conflitto che si è trasformato ben presto in pulizia etnica, per mano delle Rapid support force, gli ex janjaweed, che nel Darfur hanno ripreso i massacri.

in un solo giorno a El Fasher, hanno ucciso 2 mila persone, di cui 400 bambini.
Resta dunque solo un lontano ricordo la rivoluzione straordinaria, che avevo seguito personalmente tra rischi e pericoli, che aveva acceso una fiaccola di speranza nel cuore di un popolo stanco di oppressione, di fame e di violenza. Ma poco tempo dopo, il velo del silenzio internazionale si abbatté sul Sudan: le cronache principali cessarono di parlare di quella guerra civile silenziosa, dei sacrifici di chi si batteva per un cambiamento reale, e dei sacrifici delle donne e degli uomini che avevano perso tutto, tranne la loro determinazione a lottare.

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Oggi, più che mai, il mio pensiero va a loro: a ciascuno di quei cittadini sudanesi che non si arrendono. Le donne, gli uomini, il popolo del Sudan che, nonostante il terrore, gli arresti, le violenze e il tentativo di soffocarne la voce, continuano a chiedere libertà, giustizia e un domani diverso. Sono loro i veri protagonisti di questa lotta, portatori di valori e di speranze che nessuna dittatura o militare potrà cancellare.

Il silenzio su questa tragedia è impietoso. Mentre le notizie sui conflitti dimenticati si fanno più rare e l’attenzione mediatica si spegne, milioni di sudanesi continuano a vivere in uno stato di incertezza e oppressione. La comunità internazionale ha il dovere di ascoltarli, di sostenerli e di agire concretamente affinché il sangue versato e le sacrifici fatti non siano stati vani. È inconcepibile che, a quattro anni di distanza, il loro dolore e la loro speranza siano rimasti invisibili agli occhi del mondo.

Il Sudan ha bisogno di rinnovato impegno, di solidarietà e di una voce forte che denunci l’ingiustizia e chieda il ritorno a un processo democratico autentico. Ogni giorno che passa senza un intervento deciso equivale a un colpo di scena nel sogno di un popolo che merita libertà e dignità.

A loro, a quelle donne e quegli uomini, rinnovo il mio sostegno e la mia solidarietà. La lotta per il Sudan non si ferma, non si dimentica. Continuerò a seguirne la storia, sperando che un giorno la voce di chi ha subito e resistito possa finalmente risuonare nel mondo, portando con sé il diritto a un futuro di pace e giustizia.

Perché il silenzio—mai più—diventi un ricordo lontano.

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Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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