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Speciale Sudan

Sudan, riunione consultiva ad Addis Abeba tra forze civili e militari. No al generale Burhan

La colazione si è detta contraria a un “dialogo” che non mira ad altro se non a legittimare il suo potere nelle aree che controlla, invece di impegnarsi in un processo di pace serio che fermi la guerra.

Si è conclusa martedì scorso ad Addis Abeba la riunione consultiva che ha riunito le forze contrarie alla guerra in Sudan.
La coalizione composta da esponenti della società civile ha annunciato che ha “chiuso definitivamente la porta ai tentativi del generale Ahmed Fattah al-Burhan di gettare fumo negli occhi attraverso un “dialogo” che non mira ad altro se non a legittimare il suo potere nelle aree che controlla, invece di impegnarsi in un processo di pace serio che fermi la guerra e affronti la catastrofe umanitaria in ogni angolo del Sudan”.
La riunione consultiva non è stata un semplice eco, ma le forze che hanno partecipato si sono accordate su una tesi completa che pone le basi corrette per fermare la guerra e instaurare la pace in modo urgente, senza perdere tempo in manovre inutili.

«Al-Burhan ha sbagliato bersaglio: noi non saremo parte di dialoghi per la distribuzione di elemosine e posizioni – sostiene Khalid Omer Youssef, ex ministro del governo Hamdok – Non siamo stati né saremo parte di gruppi che mirano al guadagno personale sulle rovine di un paese distrutto dalla guerra. Noi vogliamo fermare la guerra… non sedie di potere senza valore. Noi vogliamo l’unità del nostro paese… non la sua divisione tra i detentori delle armi. Noi vogliamo affrontare le questioni del nostro popolo sul cibo, i medicinali, l’alloggio e una vita dignitosa… non il lucro dalle ricchezze del paese saccheggiate sotto la copertura della guerra. Noi vogliamo porre fine a decenni di governo militare che ha portato la distruzione nel paese… non sottometterci a una nuova tirannia. Noi vogliamo completare la rivoluzione di dicembre e realizzare i suoi obiettivi… non arrenderci a coloro che hanno voluto soffocarla con il golpe e poi con la guerra. È questo che vogliamo, è questo a cui ci atteniamo, è questo per cui tendiamo le mani a chiunque lo desideri… liberare il nostro paese e il suo popolo dalla guerra e dai suoi artefici, sollevare la sofferenza dalle persone prima di ogni altra cosa, e spezzare il circolo di corruzione e dispotismo che ha distrutto il paese e trasformato la vita dei suoi abitanti in un inferno».

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Il 10 novembre 2024, la Coalizione delle Forze Civili Democratiche  denominate”Taqaddum” aveva scritto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prima della sua sessione dedicata alla discussione sulle modalita per proteggere i civili in Sudan. “Taqaddum” aveva allora proposto una serie di iniziative, tra cui l’espansione del divieto di armi previsto dalla Risoluzione ONU 1591 sul Darfur includendo l’intero Sudan, al fine di limitare i flussi di armi che alimentano la prosecuzione dei combattimenti e trasformano la vita del popolo sudanese in un inferno.

Lunedì scorso gli Stati Uniti hanno presentato una proposta al Consiglio di Sicurezza che richiama quella proposta chiedendo il divieto di vendita di armi in tutto il Sudan, inclusi i droni.

La misura ha trovato sostegno da parte di paesi influenti nel Consiglio come Regno Unito, Francia e il Gruppo Europeo, le voci contrarie sono state estremamente limitate.

‎Questo importante sviluppo, letto insieme al largo consenso che ha caratterizzato recentemente la capitale etiope Addis Abeba tra le forze civili sudanesi, indica un crescente isolamento del progetto di guerra e dei suoi sostenitori, e un aumento delle pressioni interne ed esterne che lavorano per porre fine a un massacro che ha distrutto il Sudan e disperso il suo popolo.

Il progetto di guerra, per quanto protratto nel tempo, è inevitabilmente destinato alla sconfitta, e la pace giusta, inclusiva e sostenibile è in arrivo, senza alcun dubbio.

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