Un nuovo rapporto preliminare delle Nazioni Unite getta ulteriore luce sui canali logistici che avrebbero sostenuto le Rapid Support Forces (RSF), il gruppo paramilitare protagonista della guerra civile sudanese e accusato dagli investigatori ONU di aver commesso atti di genocidio nella regione del Darfur.
Secondo il documento, anticipato da Reuters e destinato a essere pubblicato ufficialmente nelle prossime settimane, una rete di aeromobili avrebbe trasportato combattenti, mercenari, droni e armamenti verso le basi operative delle RSF, aggirando i controlli internazionali e violando l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per il Darfur già dal 2004.
Il rapporto riprende e rafforza un’inchiesta pubblicata da Reuters il 15 luglio, che aveva ricostruito gli spostamenti di tre vecchi Boeing riconducibili a società legate a Steven Shaulis, ex appartenente alle Forze Speciali statunitensi e imprenditore nel settore della sicurezza. L’indagine giornalistica aveva seguito gli aeromobili attraverso immagini satellitari, dati telefonici e fonti open source, documentando collegamenti tra il Ciad e diversi hub logistici utilizzati dalle RSF in Sudan, Libia e Somalia.
Gli esperti delle Nazioni Unite affermano di aver raccolto informazioni ritenute affidabili da più fonti, tra cui testimoni presenti nella città di Nyala e comunicazioni ricevute da Stati membri. Secondo queste testimonianze, gli aerei avrebbero trasportato combattenti delle RSF, mercenari stranieri e materiale militare, inclusi droni e armi.
Particolarmente significativo è il riferimento ai Boeing 727 che, una volta giunti nell’area militare dell’aeroporto di N’Djamena, in Ciad, sembrano essere scomparsi dai normali sistemi di tracciamento del traffico aereo. Gli investigatori sospettano che siano state adottate procedure deliberate per evitare l’identificazione durante i voli, poiché gli spostamenti non risultano registrati dai consueti sistemi di monitoraggio, pur essendo stati ricostruiti attraverso immagini satellitari e altre fonti indipendenti.
Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al coinvolgimento di mercenari colombiani. Secondo gli investigatori, tra 1.500 e 2.000 combattenti sarebbero stati reclutati da una società con sede negli Emirati Arabi Uniti e impiegati a sostegno delle RSF. Questi uomini, noti come Desert Wolves, avrebbero partecipato non solo ai combattimenti, ma anche all’impiego di droni e alla pianificazione dell’assedio della città di al-Fashir, conquistata nell’ottobre 2025 dopo mesi di scontri.
L’assalto ad al-Fashir rappresenta uno degli episodi più drammatici della guerra civile sudanese. Le Nazioni Unite hanno già denunciato centinaia di civili uccisi, numerosi casi di violenza sessuale e il rapimento di bambini, qualificando tali violenze come atti riconducibili al genocidio.
Le persone e le società citate nell’inchiesta respingono o non commentano le accuse. Steven Shaulis non ha risposto alle richieste di Reuters relative al rapporto ONU, mentre in precedenza aveva rifiutato di commentare le attività delle proprie aziende. Contractor Airways, società proprietaria di parte degli aeromobili secondo i documenti esaminati dall’agenzia di stampa, ha negato qualsiasi collegamento con le RSF. Anche la società emiratina indicata nel rapporto ha respinto ogni coinvolgimento in attività mercenarie, sostenendo di operare nel pieno rispetto delle leggi nazionali e del diritto internazionale.
Le autorità del Ciad hanno dichiarato che gli aerei non disponevano di autorizzazione per operare dall’aeroporto civile di N’Djamena, precisando tuttavia che le operazioni militari non rientrano nelle competenze dell’aviazione civile. Il governo ciadiano continua a sostenere che il proprio ruolo nel conflitto sudanese si limiti agli sforzi diplomatici per favorire una soluzione politica.
La guerra civile in Sudan, iniziata nel 2023 dopo la rottura tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces durante la fallita transizione verso un governo civile, ha provocato centinaia di migliaia di vittime, milioni di sfollati e una gravissima crisi alimentare e sanitaria. Per le Nazioni Unite rappresenta oggi la più grave emergenza umanitaria al mondo. Se il rapporto definitivo confermerà le conclusioni della bozza attuale, emergeranno nuovi elementi sulla dimensione internazionale delle reti che hanno alimentato il conflitto, mostrando come la guerra non dipenda soltanto dagli attori presenti sul terreno, ma anche da una complessa infrastruttura logistica transnazionale capace di aggirare controlli, confini e sanzioni.


