In Tanzania, il mercato dei veicoli elettrici sta entrando in una fase di espansione significativa, sostenuta da un fattore chiave: il basso costo dell’energia elettrica, tra i più competitivi dell’Africa orientale. In questo contesto, nuove imprese locali e operatori internazionali intravedono un’opportunità concreta per trasformare il settore dei trasporti, riducendo al tempo stesso i costi operativi e l’impatto ambientale.
Tra i protagonisti di questa transizione emerge JTP, una delle prime aziende a introdurre sul mercato tanzaniano una gamma di veicoli completamente elettrici, in particolare nel segmento utilitario. Il modello Sasa EV, un camion da due tonnellate, rappresenta un esempio emblematico: silenzioso e privo di emissioni dirette, si distingue soprattutto per l’efficienza economica. Secondo il fondatore Amar Shangavi, il risparmio rispetto ai veicoli tradizionali può raggiungere il 90% del costo per chilometro, un dato che assume particolare rilevanza nel contesto della volatilità dei prezzi del petrolio.
Il confronto è netto: una ricarica completa costa circa 4 euro e garantisce un’autonomia di 250 chilometri. Percorrere la stessa distanza con un veicolo a combustione interna, considerando un prezzo medio della benzina di 1,25 euro al litro a Dar es Salaam, può superare i 28 euro. In un’economia dove i costi di trasporto incidono in modo significativo sulle attività produttive, questa differenza rappresenta un potenziale fattore di trasformazione strutturale.
L’offerta di JTP si basa in larga parte su veicoli importati dalla Cina, dove il mercato interno è ormai saturo e i produttori cercano nuovi sbocchi commerciali. L’Africa, e in particolare paesi come la Tanzania, diventa così un terreno strategico, capace di assorbire tecnologie a prezzi competitivi e accelerare la transizione energetica.
Tuttavia, le criticità restano rilevanti. Le condizioni ambientali e infrastrutturali pongono interrogativi sulla durabilità dei veicoli: piogge intense, strade spesso deteriorate e una rete logistica ancora fragile complicano la diffusione su larga scala. A ciò si aggiunge il problema dell’assistenza tecnica, con una disponibilità limitata di pezzi di ricambio e competenze specializzate.
Il principale ostacolo, però, riguarda le infrastrutture di ricarica. Attualmente il paese dispone di circa quindici stazioni, concentrate nelle principali aree urbane, mentre le interruzioni di corrente restano frequenti. Il governo tanzaniano ha fissato l’obiettivo di raggiungere 500 punti di ricarica entro il 2030, mentre operatori privati stanno iniziando a sviluppare soluzioni autonome, tra cui stazioni capaci di garantire ricariche rapide anche in caso di blackout notturni.
Nonostante questi limiti, la Tanzania dispone di un vantaggio strutturale non trascurabile: oltre il 60% dell’elettricità nazionale proviene da fonti rinnovabili. Questo dato rafforza la sostenibilità complessiva della mobilità elettrica e apre scenari interessanti per una transizione energetica coerente, in cui innovazione tecnologica e accessibilità economica possono convergere.
In questa fase iniziale, il caso tanzaniano appare come un laboratorio significativo: un contesto in cui la diffusione dei veicoli elettrici non è guidata esclusivamente da motivazioni ambientali, ma da una combinazione più pragmatica di convenienza economica, opportunità industriali e progressiva ridefinizione delle infrastrutture.


