Nelle ultime settimane, la situazione dei rifugiati burundesi in Tanzania è tornata al centro del dibattito internazionale, segnata da una serie di dichiarazioni contraddittorie che alimentano l’incertezza e la paura tra le migliaia di persone ospitate nei campi del Paese.
Il 16 ottobre 2025, durante una visita al campo di Nyarugusu, il direttore del servizio dei rifugiati del Ministero dell’Interno tanzaniano, accompagnato da funzionari governativi e dal rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Barbara Bentum Williams, ha assicurato che nessun rifugiato burundese sarebbe stato rimpatriato con la forza. Williams ha ricordato che le riunioni tripartite tra Burundi, Tanzania e UNHCR hanno stabilito tre principi chiari: nessun trasferimento forzato, rimpatrio solo su base volontaria e, in caso di necessità, ricerca di un terzo Paese d’accoglienza.
Concluded a joint visit to Nduta & Nyarugusu camps with @WizaraMNN Director of Refugee Services. Engaged with 🇧🇮 & 🇨🇩 refugees and 🇹🇿 authorities to share key findings from the Protection & Solutions Assessment and stress the need for safe, dignified, and respectful returns. pic.twitter.com/w6Gi8ZjI4D
— Barbara Bentum-Williams Dotse (@Barbaradotse) October 17, 2025
Un messaggio analogo era stato espresso pochi giorni prima dal portavoce del governo tanzaniano, Gerson Msigwa, che in un’intervista aveva ribadito l’impegno del suo Paese a rispettare i diritti dei rifugiati e negato ogni rimpatrio coatto.
Tuttavia, queste rassicurazioni si scontrano con affermazioni ben più dure provenienti da altri esponenti del governo. Il ministro dell’Informazione, Kabudi Palamagamba, intervenendo il 6 ottobre alla 76ª sessione del Comitato esecutivo dell’UNHCR a Ginevra, ha dichiarato che, qualora i rifugiati burundesi continuassero a rifiutare il rimpatrio, la Tanzania non si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze. Ha persino evocato la possibilità di “mettere fine al sostegno” a questo gruppo, sostenendo che la pace ormai ristabilita in Burundi non giustificherebbe ulteriormente la loro permanenza.
Nello stesso spirito, il direttore del servizio dei rifugiati, Sudi Mwakibasi, ha annunciato misure punitive volte a “incoraggiare” il ritorno, tra cui la riduzione drastica del tempo di insegnamento nei campi – soltanto due ore di lezione al giorno – per “dare ai genitori e ai figli il tempo di riflettere sulla questione del rimpatrio”. Ha inoltre avvertito che i rifugiati che non si iscriveranno alle liste di rimpatrio entro due settimane saranno costretti a lasciare la Tanzania.
Queste dichiarazioni divergenti gettano ombre sulla coerenza della politica tanzaniana e mettono in discussione l’effettivo impegno del governo a rispettare gli accordi internazionali in materia di protezione dei rifugiati. La presidente Samia Suluhu Hassan aveva in precedenza ribadito che la Tanzania “non avrebbe mai espulso i rifugiati burundesi”, ricordando che il Paese ospita oltre 347.000 persone fuggite dalle crisi politiche e sociali del Burundi. Aveva inoltre chiesto all’UNHCR e ad altre agenzie delle Nazioni Unite di affrontare le cause profonde che ostacolano il rimpatrio volontario.
Mentre le autorità si contraddicono, i rifugiati burundesi continuano a vivere in condizioni di precarietà crescente, temendo che le promesse di protezione possano trasformarsi in pressioni o minacce. La loro sorte, oggi più che mai, dipende dall’effettiva volontà della Tanzania e della comunità internazionale di rispettare non solo le parole, ma lo spirito del diritto d’asilo.


