Sullo sfondo di un Medio Oriente travolto da una conflittualità che sembra non conoscere confini, si registra una preoccupante escalation di attacchi che colpiscono direttamente il patrimonio religioso e civile cristiano. Dal Libano meridionale alle strade di Gerusalemme, la sopravvivenza delle comunità locali è minacciata da un mix letale di operazioni militari e attacchi settari che ne logorano il tessuto sociale.
Nel sud del Libano, la cittadina di Yaroun subisce il duro colpo della distruzione di un suo riferimento storico: i bulldozer dell’esercito israeliano hanno demolito il monastero e la scuola delle Suore del Santissimo Salvatore, risalente al XVIII secolo (precisamente al 1733). Come riportato dall’agenzia nazionale NNA, l’istituto rappresentava da secoli il cuore pulsante del distretto di Bint Jbeil. Per generazioni, l’istituto salvatoriano è stato il baricentro educativo per l’intero distretto, accogliendo studenti di ogni fede sotto lo stesso tetto. Yaroun, un villaggio di antica origine, situato a ridosso della “Linea Blu”, al confine con Israele, è stato un simbolo di coesistenza, un villaggio a composizione mista cristiana e sciita che ha mantenuto un forte senso di vicinato nonostante le guerre passate, un presidio di confine, in cui il monastero fungeva da “sentinella” sociale. In un’area a stragrande maggioranza sciita, la presenza di un monastero e di una scuola cristiana non era un’anomalia, ma un segno di radicamento e fiducia reciproca. La sua scuola era considerata l’istituzione educativa più importante della zona, capace di diplomare migliaia di giovani che, grazie a quella formazione, hanno potuto accedere alle università di Beirut o all’estero. La sua distruzione lascia ora un vuoto incolmabile in un contesto già martoriato. ll conflitto attuale non sta solo ridisegnando i confini militari, ma rischia di cancellare definitivamente secoli di presenza cristiana nella regione. Al dramma delle oltre 2.600 vittime accertate dall’inizio delle ostilità in Libano, si somma il dato politico e umano più allarmante: un milione di sfollati che guardano alle proprie terre senza più una prospettiva di ritorno. La distruzione sistematica di scuole e monasteri, come accaduto a Yaroun, rappresenta la rimozione dei pilastri educativi e assistenziali che permettevano la vita comunitaria. Senza queste istituzioni, interi villaggi cristiani e misti sono condannati ad un inevitabile spopolamento , un’alterazione irreversibile che mira a svuotare il Libano del suo storico pluralismo, il tutto all’ombra di una tregua illusoria. Nonostante la proroga formale del cessate il fuoco fino a metà maggio, la realtà è scandita da una violenza costante, raid mirati e demolizioni controllate che svuotano di significato ogni accordo diplomatico. Quella che viene definita come la necessità strategica di una “zona cuscinetto” per neutralizzare le postazioni di Hezbollah, si sta traducendo nei fatti in una dottrina della terra bruciata. In questo scenario, le istituzioni cristiane, da sempre garanti di coesione sociale e istruzione, cessano di essere zone franche per diventare veri e propri bersagli simbolici, di una politica di sicurezza che non sembra più distinguere tra obiettivi bellici e presidi civili.
Al contempo, la tensione si sposta verso il cuore della cristianità, dove la strategia della pressione metodica colpisce la Città Santa. L’aggressione ai danni di una religiosa da parte di un colono a Gerusalemme non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno sistemico. Ma la violenza non si ferma ai vivi, si estende persino ai luoghi del riposo eterno, trasformando i cimiteri storici in un nuovo fronte della strategia della tensione. Episodi di vandalismo, che vanno dall’abbattimento di croci e lapidi alla deturpazione di icone e simboli sacri, hanno colpito diversi siti monumentali, come il cimitero protestante sul Monte Sion o quelli afferenti alle comunità ortodosse e latine. Ciò che si percepisce a Gerusalemme è una vera e propria pressione, che non risparmia alcuna componente della storica identità multireligiosa della città. La “fede sotto assedio” si manifesta oggi attraverso una morsa soffocante che colpisce simultaneamente cristiani e musulmani, uniti da una limitazione della libertà di culto senza precedenti. Da una parte, l’ostruzionismo burocratico e militare dei checkpoint trasforma l’accesso ai luoghi santi in un percorso a ostacoli punitivo; se per i cristiani è diventato difficile raggiungere il Santo Sepolcro, per la comunità musulmana l’ingresso alla Spianata delle Moschee, Al-Haram al-Sharif, è segnato da restrizioni arbitrarie basate sull’età e sulla provenienza, che impediscono a migliaia di fedeli di partecipare alla preghiera del venerdì ad Al-Aqsa. Dall’altra parte, un clima di diffusa impunità incoraggia le frange estremiste a compiere atti di sciacallaggio e profanazione che feriscono l’anima stessa della città. Mentre il clero cristiano subisce molestie e i cimiteri storici vengono vandalizzati, la componente musulmana deve fare i conti con costanti provocazioni nell’area della Città Vecchia e limitazioni spaziali che erodono il diritto alla propria presenza storica. Questa gestione della sicurezza, percepita come discriminatoria, alimenta nelle comunità locali la convinzione di un tentativo deliberato di alterare lo Status Quo e di compromettere definitivamente quel delicato equilibrio di convivenza che, pur tra mille difficoltà, ha regolato per secoli l’accesso ai luoghi più sacri del mondo. La frequente impunità che segue questi attacchi e la lentezza nelle indagini da parte delle autorità locali sono percepite da religiosi e fedeli come un tacito assenso, o quantomeno come un segnale di disinteresse verso la protezione del patrimonio non ebraico.
Di fronte alla forza delle armi, la Chiesa risponde con la fermezza del diritto. In Cisgiordania, il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha presentato un reclamo formale contro l’occupazione abusiva di terreni ecclesiastici nell’area di Tayasir, vicino a Tubas. Sebbene le autorità israeliane abbiano risposto sequestrando alcuni macchinari pesanti usati per danneggiare i terreni, la Chiesa mantiene una linea di ferma condanna. Durante i recenti incontri con l’amministrazione civile e militare, il Patriarcato ha definito queste azioni come una “chiara violazione delle proprietà della Chiesa”, esigendo la rimozione dei danni, la protezione legale dei confini e la garanzia di sicurezza per i residenti locali, affinché possano continuare a vivere con dignità sulle proprie terre.
A dare voce a questo senso di ingiustizia è lo stesso Cardinale Pizzaballa, che nelle sue ultime dichiarazioni ha richiamato il mondo alla verità: “Riconoscere la differenza tra chi occupa e chi è occupato è un atto di rispetto verso la giustizia” , e ha inoltre ribadito che Gerusalemme non può appartenere in modo esclusivo a una sola parte, ma deve rimanere accessibile a tutti, definendola “patrimonio dell’umanità” e chiedendo il ripristino di una fiducia che oggi sembra del tutto svanita.


