KABUL – Un violento attentato ha scosso la capitale afghana nella giornata di lunedì 19 gennaio, colpendo Shahr-e-Naw, una delle aree più ricche e sorvegliate della città. L’esplosione, avvenuta in una zona che ospita ambasciate, uffici governativi e complessi commerciali, ha preso di mira specificamente un hotel e un ristorante frequentati da cittadini cinesi, riaccendendo i riflettori sulla fragilità della sicurezza sotto il governo talebano e sulla vulnerabilità degli investitori stranieri nel Paese. Secondo le ricostruzioni fornite dai media locali e dai testimoni presenti, l’esplosione è stata causata da un ordigno improvvisato (IED) piazzato sul ciglio della strada in via Gulfaroshi, nota come la “Via dei Fiori”. L’esplosione ha investito l’ingresso di un hotel e di un ristorante cinese, distruggendo vetrine e danneggiando gravemente i veicoli privati parcheggiati nelle vicinanze.
Abdul Matin Qani, portavoce del Ministero degli Interni, ha inizialmente confermato che “un certo numero di persone sono rimaste uccise e ferite”, senza tuttavia fornire immediatamente un bilancio definitivo delle vittime, che si è delineato con il passare delle ore. Il Centro Chirurgico EMERGENCY di Kabul ha riferito di aver ricevuto 20 feriti, di cui 7 già deceduti al momento dell’arrivo. Dall’ospedale filtrano anche notizie su un aumento delle misure di protezione intorno alla struttura stessa. In questi casi, la polizia talebana spesso limita l’accesso ai giornalisti per evitare che vengano scattate foto delle vittime straniere, nel tentativo di controllare la narrazione del “Paese sicuro”. È stata confermata la morte di almeno una guardia di sicurezza afghana e il ferimento di numerosi civili che lavoravano nei vicini negozi di tappeti e fiori.
L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha confermato il ferimento grave di due cittadini cinesi, attualmente ricoverati in condizioni critiche. Sebbene non sia ancora giunta una rivendicazione formale tramite i canali ufficiali dell’agenzia Amaq, gli esperti di sicurezza indicano con forza lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K) come principale sospettato. L’attacco segue un modus operandi già visto nel dicembre 2022 contro un hotel della stessa zona e il linguaggio usato dai sostenitori dello Stato Islamico sui canali social è identico a quello usato per l’attacco al “Kabul Longan Hotel” del 2022. L’attacco viene descritto come una punizione contro i “comunisti cinesi” e contro i Talebani, definiti “traditori” per aver stretto accordi con potenze straniere non islamiche. L’attacco a Shahr-e-Naw riflette una precisa strategia militare e politica il cui obiettivo primario sembra essere l’isolamento del regime talebano attraverso il boicottaggio del suo unico partner economico rilevante, la Cina. Con l’Occidente che ha congelato i fondi afghani, Pechino rappresenta l’unico interlocutore disposto a investire miliardi di dollari nelle risorse minerarie (litio e rame).
L’ISIS-K mira a dimostrare che i Talebani non possono garantire la sicurezza promessa. Colpendo i cittadini cinesi, i militanti cercano di spaventare gli investitori stranieri, recidendo l’unica “ancora di salvezza” economica del governo di Kabul e spingendolo verso il collasso finanziario. L’incidente ha scatenato un’immediata crisi diplomatica. Il Ministero degli Esteri cinese ha espresso “estrema preoccupazione”, convocando i rappresentanti diplomatici talebani e chiedendo ai propri connazionali di lasciare l’Afghanistan il prima possibile o adottare misure di sicurezza estreme. Il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid ha condannato l’atto definendolo “vile” e orchestrato da elementi che vogliono danneggiare le relazioni internazionali del Paese, promettendo una “giustizia rapida e severa”.
In queste ore, il Distretto 4 di Kabul è blindato. Le forze di sicurezza talebane stanno conducendo perquisizioni porta a porta e le reti internet mobili hanno subito interruzioni per impedire le comunicazioni tra eventuali cellule terroristiche ancora attive.
Intanto l’insicurezza non sembra limitata alla capitale. Segnalazioni di militanti che attraversano il confine dal Badakhshan verso il Tagikistan suggeriscono una instabilità regionale più ampia che va oltre i confini afghani.
Il Badakhshan è una provincia chiave dove l’ISIS-K sta cercando di reclutare tra le minoranze etniche (Tagiki e Uzbechi) scontente del dominio Pashtun dei Talebani. Questo suggerisce che l’attacco a Kabul potrebbe far parte di una offensiva coordinata per dimostrare che i Talebani stanno perdendo il controllo non solo nelle città, ma anche nelle province di confine.
Per gran parte della popolazione, questa violenza si è trasformata in una tragica routine. Nonostante la retorica dell’Emirato Islamico, che rivendica una pacificazione del Paese, la realtà quotidiana racconta una storia diversa: la paura resta radicata e quella “normalità” tanto sognata appare ancora come un miraggio sbiadito.
A Kabul, il ritorno dell’ISIS-K diventa un terrore tangibile, che si insinua nei mercati e tra le strade della capitale. Assistere allo scontro tra fazioni islamiste aumenta il senso di impotenza dei civili, che si sentono ostaggi di una lotta per il potere dove il loro sangue è l’unica, tragica moneta di scambio.
L’incubo profondo dell’Afghanistan risiede proprio in questa consapevolezza: mentre le bandiere cambiano, il volto della ferocia resta lo stesso. Il Paese continua a essere il campo di battaglia per le ambizioni più radicali del jihadismo globale, condannando un intero popolo a un ciclo di violenza infinito che sembra non lasciare spazio alla speranza.


