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Reportage

Tigray, le armi tacciono ma la pace è lontana

MEKELLE. Nonostante gli scontri tra il Tplf e l’Edf degli ultimi giorni nel Tigray occidentale, a confine con il Sudan, per ora nel resto della Regione le armi tacciono, almeno nelle zone sotto controllo del governo regionale; poco o nulla si sa di ciò che accade nelle zone sotto controllo delle Fano, le milizie Amhara alle prese con uno scontro frontale con il governo federale, mentre regna il silenzio su quelle controllate dall’esercito eritreo a confine. Se si atterra a Mekelle la situazione si palesa chiaramente ad eventuali visitatori: pochissimi giovani per strada, i distributori di benzina chiusi, molti negozi hanno le saracinesche abbassate. Ciò diviene ancora più evidente man mano che ci si addentra nella regione; le strade sono semivuoto, i bambini occupano le carreggiate coi loro giochi, incuranti delle poche automobili che circolano per strada.

Desta stupore la mancanza di giovani maschi: quelli che possono fuggono, gli altri vanno ad ingrossare le fila delle Tigray Defence Forces. La leadership del Tplf ha infatti emanato l’ordine della coscrizione obbligatoria per tutti i maggiorenni ( per ora è rivolta solo ai maschi ma in pochi credono che ben presto non tocchi anche alle donne, come nella guerra del 2020).

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La stagione delle piogge è iniziata in ritardo, tanto da fare temere per il raccolto; mi viene fatto vedere come il tef (il grano alla base della cucina etiope) sia alto nemmeno 30 cm, cosa che molto probabilmente vorrà dire rinunciare ai frutti del lavoro di questo anno. I prodotti industriali ( i pochi disponibili) provengono quasi tutti dall’estero, difficile trovare sapone, cibo imbustato, elettrodomestici che non provengano dagli UAE, dal continente indiano o da Addis Abeba attraverso lunghissimi viaggi e mille pericoli a causa dell’instabilità nel North Wollo.

Ciò che risulta devastante è la mancanza adi benzina e gasolio, oggi trovabile a 460 birr al litro (2,20 euro) solo al mercato nero; una situazione che impedisce la circolazione di mezzi e persone: negli ultimi tempi in molti hanno sostituto i mezzi a motore con quelli elettrici: è impressionante con quanta velocità alcuni marchi cinesi come BYD abbiano occupato lo spazio e risposto al fabbisogno interno. Chi è rimasto affronta molteplici pericoli: la possibilità del rinnovarsi dei combattimenti, gli strike dei droni, la profonda incertezza per il futuro, la mancanza di alcune materie prime, di medicinali, di ferro, cemento e lamiera per i tetti delle case.

Tra questi ultimi un esercito di invalidi e affetti da PTSD ( la sindrome da stress post traumatico), iper vigilanza, vittime di stupro. Pochissimi gli impianti industriali che hanno ripreso a lavorare, i danni, la mancanza di materiali e l’incertezza del domani pesano, pesano troppo. Se si attraversa una delle tante strade che attraversano i villaggi, appare evidente come l’umanità, anche in un girone dantesco come quello in cui è piombato il Tigray, tenti sempre di andare avanti, di ricostruire; si vendono beles ( i fichi d’India), il bestiame, la frutta, manufatti e berberè, con la speranza che le tensioni si smorzino e la pioggia di questa stagione lavi via la paura, lasciando spazio al futuro.

Nel mentre che tento di scrivere queste righe, ricevo il messaggio di un conoscente che avrei dovuto incontrare: ” Mi spiace non possiamo incontrarci, ho dovuto lasciare la mia casa e la mia famiglia e riparare in Afar. Mia madre mi ha riferito che ieri sera sono arrivati i soldati, mi cercavano. Ci vediamo presto”. Non so se ci rivedremo presto, ma so perché scappa e da cosa scappa e non sarò di certo io a farlo desistere. Scende la sera sulle montagne, non fa fresco come immaginavo ma ha piovuto e se ciò non cambierà il destino dei raccolti, non farà che del bene a fiumi e torrenti.

“Ci siamo” è la risposta che dallo scoppio della guerra mi sento rispondere al mio “Come stai?”.

Il Tigray c’è, ha solo voglia di tornare a vivere.

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