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Tigray, una crisi mai risolta

Martedì le tensioni tra il Tplf e il governo di Addis Abeba hanno ripreso la forma dello scontro bellico diretto. Le milizie tigrine hanno preso il controllo degli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire e combattimenti si sono registrati lungo il confine tra Tigray ed Afar, così come nella regione Amhara, nel Raya Kobo, nella zona di Gidan, di Lasta, di Wag Hemra, a Gagzibela.

Photograph: Yasuyoshi Chiba/AFP/Getty Images

Scontri che seguono quelli che si sono verificati all’inizio del mese di Agosto a confine con il Sudan, a Shererina ma soprattutto le decine di bombardamenti con droni in tutta la regione. Una guerra di bassa tensione che ha avuto il culmine con il bombardamento ad un convoglio di aiuti umanitari del Cathilic Relief Service in viaggio verso il nord della regione; un colpo che ha segnato il limite degli eventi che oggi si stanno verificando sul campo.

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Dall’inizio del mese, le truppe tigrine sono state viste ridispiegarsi sulla regione ed ammassare armi pesanti, batterie di artiglieria e carri armati a sud della regione, a confine con la regione Amhara. A rendere ancora tutto più cupo la coscrizione obbligatoria in atto da mesi: durante il mese di Agosto, mese di mia permanenza nella regione ho potuto riscontrare come in città e villaggi la presenza maschile fosse davvero ridotta al lumicino: in migliaia sono fuggiti e fuggono dalla regione per non incappare nella coscrizione e altrettanti si nascondono dagli uomini dell’esercito che tentano l’arruolamento forzato di casa in casa.

Sebbene durante il mio soggiorno avessi notato l’intensificarsi degli attacchi con droni ed i movimenti di truppe, devo sottolineare che la situazione odierna non è il frutto marcio di ciò che è accaduto nell’ultimo mese, tanto meno delle ultime 24 ore.

Gli accordi di Pretoria del 2022 non hanno mai portato ad una vera pacificazione. Il Tigray non ha mai beneficiato di un vero rilancio, le infrastrutture andate distrutte durante i due anni di guerra non sono state ricostruite, la frattura a livello sociale e politico avutasi con lo scoppio dei combattimenti non ha mai beneficiato di un percorso di giustizia transitoria né la società civile è stata coinvolta in un vero processo di ricostruzione del tessuto sociale.

Il Tigray dal 2022 è sostanzialmente una regione isolata, nella quale non entra praticamente nulla, non il gasolio e le medicine, dove il contante è ormai un miraggio, una regione nella quale sono mesi che i dipendenti statali non percepiscono gli stipendi e dove gli sfollati interni (IDP) riparati nei campi della regione non possono ancora far ritorno alle proprie case.

La balcanizzazione della federazione etiope, di cui più volte abbiamo parlato, non è frutto degli eventi, così come non lo è l’attuale alleanza dei sette gruppi ( Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, Movimento Nazionale di Amhara Fano, Esercito di Liberazione di Oromo, Fronte di Liberazione Nazionale di Ogaden, Fronte di Unità Democratica Rivoluzionaria di Afar, Movimento di Liberazione del Popolo Benishangul e Movimento Democratico del Popolo di Gumuz ) di opposizione al governo del Prosperity Party.

Lo scoppio della guerra nel Tigray, nel novembre 2020, ha portato alla luce (accentuandole) le fratture esistenti tra gli stati federati e tra gli stati federati e il governo centrale, una frammentazione che oggi sta mettendo a rischio la tenuta dell’architrave della federazione etiope.

Gli accordi di Pretoria non avevano previsto l’insofferenza della leadership tigrina all’amministrazione provvisoria messa in atto con lo stop dei combattimenti, né quella nei confronti di Getachew Reda, considerato colluso con il PP del Primo Ministro Abiy Ahmed. Ad Aprile il Tplf ha così messo fine all’esperienza dell’amministrazione provvisoria e ripristinato il parlamento regionale eletto prima dello scoppio della guerra a capo del quale si è reinsediato Debretsion Gebremichael.

Un quadro sul quale incide una mediazione dell’Unione africana che non ha tenuto di conto la presenza di attori, come le milizie Fano e il governo eritreo ( allora alleati del governo federale etiope durante la guerra, oggi avversi) mai invitati ai tavoli di mediazione, sebbene avessero svolto un ruolo militarmente influente, se non decisivo, sul campo.

Ma oggi, la cosiddetta “Alleanza per la sopravvivenza” etiope ha la reale capacità di mettere alle corde il Prosperity Party ed Abiy Ahmed? I gruppi soffrono di divisioni interne non di poco conto. Basti pensare al Tplf: se durante la guerra del 2020 il sostegno al partito è stato pressoché unanime da parte della popolazione, che vedeva l’occupazione federale come un vero e proprio atto di oppressione (aggravatosi a causa dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi a danno soprattutto della popolazione civile) oggi il Tplf deve scontare gravi fratture interne e un sostegno popolare ai minimi termini.

E’ notizia di ieri l’arresto del Generale tigrino Tadesse Werede, del Colonnello Tewelde Gebretensay (capo dell’intelligence militare tigrina) e di Isaias Tadesse (ex consigliere del Presidente ad interim e Vice Presidente) da parte del comando centrale del Tplf.

L’alleanza deve fare i conti con dei limiti strategico militari, come la mancanza di un’aviazione e la vulnerabilità agli attacchi dei droni, di cui Addis Abeba oggi è ben dotata, anche grazie ad una produzione interna ormai avviata da tempo.

Inoltre i gruppi che oggi formano l’alleanza hanno ancora dei nodi irrisolti, che prima o poi verranno al pettine, basti pensare ai territorio contesi nel Tigray occidentale tra tigrini ed Amhara o a quelli tra oromo e Amhara.

Qual è il rischio che corre il paese? Quello di entrare in un conflitto portato avanti a colpi di strike di droni, combattimenti più o meno localizzati, bombardamenti aerei che comunque coinvolgeranno la popolazione civile e al cui interno andrà ad incidere fortemente un quadro regionale del tutto instabile, con l’Etiopia in aperto conflitto con i propri vicini, con il Sudan per l’appoggio logistico dato alle RSF contro l’esercito sudanese, con l’Egitto per la questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam e con la Somalia per il tentato accordo con il Somaliland per l’accesso al porto di Berbera.

E’ quindi una situazione senza via di uscita? Non del tutto, oserei dire, ma occorrerà innestare un’altra marcia se se vorrà davvero uscire.

Occorre ritornare agli accordi di Pretoria, stando ben attenti ad attuarli veramente. Accordi che sono stati sicuramente un passaggio imperfetto nel processo di pacificazione del 2022, ma anche un meccanismo di dialogo attraverso il quale è stato possibile far cessare i combattimenti. L’Unione africana e i vari inviati per la pace hanno parte della responsabilità del deragliamento del processo di cessate il fuoco, ma non si hanno altri strumenti, occorre riprendere il processo e rimetterlo sui binari.

La comunità internazionale dovrebbe pretendere la piena attuazione ed implementazione degli accordi, stando ben attenta ad appiattirsi sulle decisioni del governo etiope. In sostanza, se si continuerà ad ignorare le tensioni e l’instabilità esistenti, riducendo la propria azione politica a vuote note diplomatiche o strizzando l’occhio al proprio posizionamento economico nel paese (vedasi il Piano Mattei o i 150 miliardi di euro del Global Gateway europeo) ciò che ne sarà dell’Etiopia sarà caratterizzato da “fosche tinte”.

Occorrerà mettere in piedi una vera e propria azione di giustizia riparatoria. Quando gli autori di atrocità e violazioni di diritti civili non vengono ritenuti responsabili, le vittime e le comunità ricevono il messaggio che la violenza può essere ripetuta senza alcuna conseguenza. Quando queste violenze si rinnovano, senza che le vecchie siano state giudicate e le vittime risarcite di giustizia, tutto diviene ancora più frustrante.

La guerra del 2020 ha portato alla luce l’enorme costo umano pagato dalla popolazione, su entrambe i lati della barricata. La mobilitazione odierna renderà più difficile la de-escalation man mano che ogni parte (sia civile che militare) verrà coinvolta e fagocitata dal conflitto.

Diciamocelo però, un cessate il fuoco non può reggere solo sulla carta. Richiede un monitoraggio prolungato, un impegno politico e una pressione sulle parti per onorare i loro impegni. La finestra per prevenire un’altra catastrofe non si è chiusa.

 

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