L’Europa di oggi, quella per cui ogni cinque anni noi cittadini andiamo a votare, è una costruzione politica sorta a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Tutti sappiamo cosa siamo, ma abbiamo le idee chiare su cosa non siamo? Qual è la nostra Europa e quale non la è? Confrontandoci con gli Stati Uniti d’America, ad Ovest e con la Federazione Russa ad Est, proviamo a vedere quali sono le differenze e cosa dovremmo fare per poter competere da pari a pari con queste due potenze che ci fiancheggiano.
In Europa, la divisione classica dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario è alquanto definita. Quanto al potere legislativo l’Unione Europea dispone di un Parlamento monocamerale (cioè composto da un’unica camera) eletto dai cittadini dell’Unione, mentre gli Stati Uniti e la Federazione Russa dispongono di una Camera Alta (o Senato) e di una Camera Bassa (Camera dei Rappresentanti o Duma di Stato).
Quanto al potere esecutivo, l’Europa dispone di una Presidente della Commissione proposto dal Consiglio Europeo (che a sua volta è composto dai capi di Stato o di governo dei 27 Stati membri). Come squadra di governo, il Presidente della Commissione dispone di un gruppo di ministri, chiamati commissari, uno per ciascun paese dell’UE. Ciò significa che il Presidente non è scelto direttamente dai cittadini o dal Parlamento, ma dai capi di Stato o di governo degli stati membri. Stessa cosa per i suoi ministri, che non sono scelti dal presidente, ma dai singoli stati con un gioco di alchimie e di rapporti di forza spesso non molto trasparenti. Tutto questo rende meno rapida ed efficace la determinazione e attuazione delle decisioni. Ma ciò che fa la differenza, o una differenza ulteriore, sono le attribuzioni che il potere legislativo e quello esecutivo hanno, o meglio, che non hanno.
Insomma, l’Unione Europea è uno Stato federale, cioè uno Stato sovrano? No, non lo è, perché non è composto di stati federati appartenenti a un organismo unitario regolato da una Costituzione comune, con un esecutivo comune cui siano demandate tutte le politiche comuni. E non è nemmeno una Confederazione. L’Unione Europea è un’associazione di Stati sovrani e indipendenti, costituita con un trattato internazionale, ma le materie che le sono demandate sono limitate, e non comprendono alcune veramente strategiche come la politica estera comune, la difesa comune, il commercio estero comune, anche se dispone di organi costituzionali comuni e permanenti.
Insomma, l’Unione Europea, oggi come oggi, si trova in un limbo interposto fra questi due modelli: abbiamo un livello più avanzato rispetto a una confederazione perché disponiamo di istituzioni e politiche comuni, ma non i nostri organi esecutivi non dispongono di prerogative strategiche che permettano loro di decidere e interfacciarsi autonomamente con il mondo circostante, quindi non siamo un vero e proprio stato federale. Ecco perché, parlando di politica estera, si dice che il Segretario di Stato statunitense, Kissinger quando voleva mettersi in contatto con l’Unione Europea non sapeva con chi dovesse parlare, a significare la mancanza di un singolo ministro che rappresentasse tutta l’Unione, perché la linea politica era esercitata da ognuno degli stati separatamente, e spesso in contraddizione tra di loro. Idem per la difesa e per la politica commerciale.
Cosa invece prevedevano il Manifesto di Ventotene di Spinelli, e il Manifesto di Sant’Angelo in Formis di Garibaldi (ma potremmo citare anche il Carlo Cattaneo del 1848 quando scrisse: “l’Italia non può essere libera che in una libera Europa)? Al di là degli anacronismi, entrambi i manifesti preconizzano una Federazione o Confederazione Europea, sullo stesso modello degli Stati Uniti d’America: uno stato unitario nel quale la politica estera e quella della difesa fossero totalmente demandate all’esecutivo dell’Unione.
Ecco perché la Presidente del Consiglio italiano ha affermato con forza che “l’Europa del Manifesto di Ventotene di Spinelli non è la sua Europa”, e per lei nemmeno lo sarebbe, l’Europa di Garibaldi se ne avesse conoscenza, ma sarebbe pretendere troppo. Le prerogative di politica estera e di difesa militare la Meloni le vuole tenere strette e non intende cederle a un organismo sovranazionale per mantenere indisturbato e integro il suo potere.
Quando Trump ha messo in dubbio il Patto Atlantico e le è stato chiesto cosa avrebbe scelto tra l’interesse dell’Unione Europea e degli gli Stati Uniti, la Meloni ha risposto dell’Italia. Ma la risposta fa ridere, in quanto sarebbe come chiedere la stessa cosa al governatore di uno stato USA, ad esempio il Kansas rispetto agli Stati Uniti e all’Europa e lui rispondesse il Kansas. Questa sarebbe davvero una “risposta del Kansas”!
In una situazione di estrema debolezza per l’Europa, cioè di debolezza per tutti gli stati europei che compongono l’Unione, tutti noi dovremmo sperare e operare per un rafforzamento dell’Europa, perché ciò di riflesso rafforzerebbe anche tutti gli stati che la compongono, e quindi anche nostro. Ma per capire questo concetto al potere ci vorrebbe uno statista, non un politico.
Dato che il partito della Meloni si richiama ancora, attraverso l’allegoria della fiamma che porta nel simbolo all’antenato A.N. e, attraverso questa, al Movimento Sociale, queste formazioni, sin dalla nascita, considerarono sempre “l’Europa un fattore centrale e inalienabile”, un mito legato all’ideologia mussoliniana matura, elaborata negli ultimi spasmi della Repubblica Sociale Italiana. In sostanza si trattava del mito della “Europa nazione”, cioè, per citare lo storico Adriano Romualdi, “un’Europa in cui tutti i popoli, uniti nella cultura, nel sangue e nella tradizione, avrebbero potuto liberarsi dalla morsa in cui erano stati relegati dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, costituendo così un avamposto contro l’avanzata degli imperialismi di USA e URSS”. Insomma, L’Europa nazione era intesa come una “terza via” di politica internazionale, non solo fra capitalismo e comunismo (quando questi miti erano ancora in auge), ma tra i blocchi contrapposti che ci schiacciano politicamente e militarmente.
Ebbene, la posizione della Meloni che ripudia il sogno di una “patria europea” che possa stagliarsi nel mondo come terza via (o quarta se consideriamo la Cina) e, al contrario, esalta il nazionalismo frammentato degli stati europei, un nazionalismo di retroguardia, è una notizia importante, su cui riflettere.
Sembra che le posizioni tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni si siano invertite. La von der Leyen scatta in avanti tentando di colmare il vuoto di potere e, con le sue ultime mosse, sembra aver imboccato il lungo e difficile cammino per proporsi come la prima Cancelliera di un’Europa Federale dotata di ampi poteri politici, militari ed economici, mediante un mandato politico pieno e un apparato militare continentale, nonché forse di una deterrenza nucleare che possa mettere l’Europa al riparo da condizionamenti pseudo-mafiosi degli altri player imperiali. La Meloni, invece, rinnegando le proprie origini, tende a mantenere aperto quel vuoto di potere per poter continuare a giocare una partita nazional populista piccola e obsoleta. Un peccato, perché una donna italiana tanto intelligente e preparata, almeno sul piano linguistico, avrebbe potuto competere con la tedesca e, magari, vincere… ai rigori.


