La condanna a otto anni di reclusione inflitta a Saadia Mosbah segna un passaggio critico per la società civile tunisina e riaccende le preoccupazioni sullo stato delle libertà associative e dei diritti umani nel Paese. La decisione, pronunciata la sera del 19 marzo, colpisce una delle figure più note dell’attivismo antirazzista in Tunisia, impegnata da anni nella difesa dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana.
Mosbah, 66 anni, era sotto processo con accuse legate a presunte malversazioni finanziarie e riciclaggio. Tuttavia, secondo i suoi legali, le arringhe difensive avrebbero dimostrato l’inconsistenza delle accuse. Al momento, gli avvocati non hanno ancora potuto consultare nel dettaglio le motivazioni della sentenza, rendendo difficile una valutazione completa del quadro giudiziario.
Figura centrale nella promozione dei diritti delle persone nere in Tunisia, Mosbah aveva contribuito alla stesura della legge contro la discriminazione razziale approvata nel 2018, uno dei pochi strumenti legislativi della regione in materia. Negli ultimi anni, la sua attività si era concentrata in particolare sull’assistenza e la tutela dei migranti subsahariani, divenuti oggetto di crescente ostilità nel dibattito pubblico tunisino.
Il contesto politico in cui si inserisce la condanna è segnato da un irrigidimento delle posizioni istituzionali sul tema migratorio. Nel febbraio 2023, il presidente Kaïs Saïed aveva pronunciato un discorso molto duro contro l’immigrazione irregolare, parlando di un presunto piano per modificare la composizione demografica del Paese. Dichiarazioni che avevano contribuito ad alimentare tensioni e episodi di violenza nei confronti delle comunità africane presenti in Tunisia.
Secondo i familiari e i sostenitori, Mosbah sarebbe diventata un simbolo e al tempo stesso un bersaglio. La sorella Affet ha parlato apertamente di “capro espiatorio”, sostenendo che la condanna rappresenti una forma di intimidazione verso chi opera nel campo dei diritti umani. Una lettura condivisa anche da parte della comunità legale e da diversi osservatori indipendenti.
Il procedimento ha coinvolto anche altri membri dell’associazione Mnemty, fondata dalla stessa Mosbah. Tra questi, il figlio Fares, condannato a tre anni di carcere, e un’altra attivista, destinataria di una pena di due anni. Tre imputati sono stati invece prosciolti.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Avvocati e difensori dei diritti umani hanno definito la sentenza “scioccante” e scollegata dagli elementi del dossier. Più in generale, la decisione viene interpretata come un segnale di crescente diffidenza delle autorità nei confronti del lavoro associativo, in particolare quando questo si intreccia con questioni politicamente sensibili come le migrazioni.
La condanna di Saadia Mosbah appare dunque destinata ad avere ripercussioni che vanno oltre il singolo caso giudiziario. Essa si inserisce in una fase di ridefinizione degli equilibri tra Stato e società civile in Tunisia, dove il margine di azione per le organizzazioni indipendenti sembra progressivamente restringersi. In questo quadro, il caso Mosbah potrebbe rappresentare un precedente rilevante per il futuro del settore associativo e per la tutela dei diritti fondamentali nel Paese.


