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Crisi

Tunisia, il presidente Saied tra sovranismo e ferite economiche

Quindici anni dopo la rivoluzione, migliaia di persone invocano la "dignità". Ma dietro i cori patriottici resta l'ombra di un Paese spaccato.

Esattamente quindici anni dopo il gesto di Mohamed Bouazizi, che diede fuoco alle polveri delle Primavere Arabe, le strade di Tunisi sono tornate ad accendersi, ma il volto della piazza, oggi, è profondamente mutato. Non è la rabbia della protesta a dominare il centro della capitale, bensì un’imponente ondata rossa di bandiere nazionali e cori a sostegno del Presidente Kais Saied.

La manifestazione del 17 dicembre scorso non è stata solo una celebrazione dell’anniversario rivoluzionario, ma una studiata prova di forza politica. Tra la folla, uno striscione in arabo riassumeva il sentimento dominante: “La nostra dignità è la soluzione contro l’invasore e l’occupante”,un messaggio che trasforma la ricorrenza storica in un manifesto sovranista, rivendicando la libertà dalle ingerenze straniere e l’appoggio incondizionato alle scelte di Saied.

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Sotto la superficie patriottica, tuttavia, la Tunisia resta un Paese che cammina sul filo del rasoio. La retorica del “costruire e ricostruire” si scontra con una realtà quotidiana complessa. Nonostante il governo di Kamel Maddouri e della Premier Sarra Zaafrani rivendichi una ritrovata stabilità, la vita dei tunisini è segnata da diverse difficoltà. Sebbene l’inflazione sia scesa al 4,9%, i beni essenziali come olio e zucchero restano spesso fantasmi sugli scaffali. Il rifiuto dei diktat del FMI ha evitato il rincaro immediato di pane e carburante, ma ha costretto lo Stato a un pericoloso equilibrismo finanziario. La stabilità del sistema poggia oggi su un filo sottile: da un lato i prestiti della Banca Centrale, dall’altro la partnership strategica con l’Italia, oggi primo partner commerciale con oltre 5,5 miliardi di euro di interscambio.

Mentre i sostenitori di Saied occupano le piazze denunciando “tradimenti”, il fronte dell’opposizione appare più fragile che mai. Il 2025 si chiude con uno scenario politico fortemente in crisi. Molte figure chiave del Fronte di Salvezza Nazionale e la leader del PDL, Abir Moussi, seguono gli eventi dalle celle di un carcere o attraverso lunghi processi per “cospirazione”. Lo storico sindacato UGTT, un tempo arbitro della democrazia tunisina, si muove oggi con estrema cautela, stretto tra il malcontento dei lavoratori e il timore di uno scontro frontale con una presidenza che non ammette mediazioni.

La scelta del 17 dicembre per questa mobilitazione pro-Saied carica l’evento di un valore simbolico cruciale. Quello che un tempo era il grido per il pluralismo e la libertà civile si è trasformato, per una parte consistente della popolazione, in una richiesta di sicurezza e sovranità.

In questa Tunisia del 2025, la “dignità” non non ha più il volto delle riforme democratiche, ma quello del pugno di ferro. Il sostegno al leader non nasce da un afflato ideologico, ma dal bisogno di un argine contro il caos e i diktat esterni. È una scommessa rischiosa: l’orgoglio nazionale può scaldare i cuori, ma non può colmare il vuoto di un’economia che, pur non crollando, fatica a farsi pane e stabilità.

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