In Tunisia, la condizione dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana è drasticamente peggiorata a partire dal 2023, a causa delle campagne di controllo e repressione promosse dalle autorità contro il lavoro non regolamentato. La stretta sui controlli ha portato alla progressiva esclusione dei migranti dal mercato del lavoro formale, costringendoli a sopravvivere con lavori precari, giornalieri e informali, o a ricorrere alla mendicità.
A Tunisi, in particolare nella periferia nord, è diventata una scena quotidiana quella di gruppi di migranti che si radunano ai bordi delle strade, sperando di essere scelti per piccoli lavori giornalieri nei cantieri o nei giardini. Questo sistema, del tutto informale, è ormai l’unica possibilità per molti, come raccontano Sami, un ragazzo maliano di 16 anni, e Abdallah, ivoriano di 25 anni, i quali vivono nell’angoscia quotidiana di essere fermati e incarcerati perché privi di documenti regolari.
Un altro testimone, Sami, un camerunese di 27 anni, è arrivato a Tunisi con l’aspettativa di trovare un impiego come tecnico di elettronica, ma di fronte al rifiuto dei datori di lavoro, ha dovuto ripiegare sul lavoro di “berbecha”, ovvero il raccoglitore di plastica. Ogni giorno cerca bottiglie nei rifiuti per rivenderle ai centri di riciclaggio, un’attività che gli permette a malapena di pagare affitto e cibo.
La marginalizzazione crescente è evidente anche nella presenza sempre più visibile di madri con bambini per strada, costrette a chiedere l’elemosina perché impossibilitate a trovare un impiego. Secondo il “Forum tunisien des droits économiques et sociaux”, ONG attiva sul territorio, la situazione ha raggiunto livelli di emergenza sociale. Il portavoce Romdhane Ben Amor sottolinea che la criminalizzazione del lavoro delle ONG e delle associazioni solidali da parte dello Stato tunisino ha contribuito a far precipitare la condizione dei migranti. Oggi, pochissime organizzazioni riescono ancora a operare concretamente sul terreno.
Questo contesto ha generato una spirale di esclusione, povertà e invisibilità sociale, in cui la precarietà dei migranti si intreccia con la repressione istituzionale e la crisi della società civile.


