Quattro persone migranti, rappresentate dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e dall’avvocato Ibrahim Belguith, hanno presentato per la prima volta alla Corte africana per i diritti umani altrettanti ricorsi contro la Tunisia.
Allo stato tunisino sono attribuite condotte estremamente gravi: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsione collettiva, tratta, discriminazione razziale e di genere e altro ancora.
I ricorsi contengono racconti orribili: deportazioni e abbandoni nel deserto in condizioni estreme per la sopravvivenza, detenzioni in gabbie all’interno di zone militari in pieno deserto, vendite di persone alle guardie di frontiera della Libia in cambio di barili di petrolio, intercettazioni violente in mare che hanno provocato la morte per annegamento di persone a bordo delle imbarcazioni.
Nulla di nuovo. Queste pratiche sono state ampiamente raccontate, almeno dal 2023, dalle persone sopravvissute, dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani tra le quali Amnesty International e dai gruppi della società civile tunisina, non a caso oggetto di una campagna repressiva fatta di chiusure, intimidazioni, processi e condanne.
Ora, però, la novità è che si chiede alla Corte africana di giudicare e sanzionare quelle condotte, ai danni di cittadine e cittadini dell’Unione africana, alla luce della Carta africana per i diritti umani e dei popoli.
Questa iniziativa giudiziaria è anche un ulteriore monito all’Unione europea e ai suoi stati membri. È proprio la loro cooperazione a favorire le violazioni dei diritti umani descritte nei ricorsi. Altro che “paese sicuro”.


