Qualcosa si muove nell’opposizione tunisina. Le difficoltà del presidente Kaïs Saïed stanno riavvicinando forze politiche e componenti della società civile rimaste a lungo divise, mentre da alcune settimane sarebbe allo studio un’iniziativa capace di riunire uno spettro di oppositori più ampio rispetto ai precedenti tentativi di coordinamento.
A rendere particolarmente delicato il momento politico non sono soltanto il deterioramento della situazione economica e sociale e le contestazioni contro la progressiva concentrazione del potere nelle mani del presidente. Nelle ultime settimane si è aggiunta una nuova incognita: quella sulle condizioni di salute dello stesso Saïed.
Tunisia, il ricovero di Saied riapre il nodo della successione e della trasparenza istituzionale
Il 17 luglio il quotidiano italiano Il Foglio ha riferito, sulla base di proprie fonti, che il presidente sarebbe stato ricoverato all’ospedale militare di Tunisi in seguito a un infarto che avrebbe richiesto un intervento chirurgico urgente. Il giorno successivo la testata francese Opinion Internationale ha parlato a sua volta di un grave problema di salute e di un ricovero nello stesso ospedale, indicando però come causa un ictus.
Le due ricostruzioni non coincidono sulla natura dell’evento e, soprattutto, non hanno ricevuto conferme ufficiali da parte delle autorità tunisine. A rendere credibili gli interrogativi sulla salute del presidente ha contribuito tuttavia la sua prolungata assenza dalla scena pubblica: l’ultima attività ufficiale prima delle indiscrezioni risaliva all’8 luglio. Anche la stampa tunisina ha chiesto alla presidenza di fornire informazioni chiare, sottolineando come il silenzio istituzionale alimentasse inevitabilmente voci e interrogativi.
La questione va ben oltre la dimensione privata della salute di Saïed. Dal 25 luglio 2021 il presidente ha progressivamente concentrato nelle proprie mani una parte crescente dei poteri dello Stato, sospendendo e poi sciogliendo il Parlamento, intervenendo sulla magistratura e facendo approvare nel 2022 una nuova Costituzione che ha rafforzato notevolmente la presidenza. In un sistema divenuto così fortemente personalizzato, qualsiasi incertezza sulle condizioni del capo dello Stato apre inevitabilmente il problema della continuità del potere e della successione.
Il tema, peraltro, circolava già prima del presunto ricovero. Nei mesi precedenti erano emerse indiscrezioni sulla ricerca di possibili alternative a Saïed e sui movimenti dell’opposizione tunisina, anche all’estero. Tra i nomi indicati come possibile futuro candidato alla presidenza è comparso quello dell’imprenditore tunisino Kamel Ghribi, vicepresidente del Gruppo San Donato, che non ha escluso una propria candidatura futura.
È in questo scenario che acquistano particolare significato i nuovi contatti tra le opposizioni. Secondo Africa Intelligence, da alcune settimane sarebbe in discussione un’iniziativa capace di riunire componenti più numerose e diverse rispetto al passato. Parallelamente è emerso Nafas, un nuovo movimento che tenta di mettere in relazione partiti, personalità indipendenti e società civile, superando almeno in parte le profonde fratture che hanno caratterizzato il campo anti-Saïed.
L’impresa resta difficile. L’opposizione comprende mondi lontani tra loro, dagli islamisti di Ennahda ai loro avversari storici, passando per esponenti della sinistra, liberali, desturiani e personalità indipendenti. L’avversione comune al crescente autoritarismo presidenziale non è finora bastata a produrre una proposta politica condivisa.
Nelle ultime settimane, tuttavia, alla questione delle libertà politiche si è aggiunto un malcontento sociale sempre più evidente. Il caldo eccezionale dell’estate, le interruzioni nella distribuzione di acqua ed elettricità, la carenza di medicinali, l’aumento del costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici hanno contribuito ad allargare la protesta oltre gli ambienti tradizionali dell’opposizione.
Il 20 agosto centinaia di persone sono tornate a manifestare a Tunisi chiedendo le dimissioni di Saïed, il ripristino delle garanzie democratiche e la liberazione di oppositori, giornalisti e attivisti detenuti. Le proteste rimangono numericamente limitate e non dimostrano, da sole, l’esistenza di una maggioranza contraria al presidente. Segnalano però una possibile saldatura tra contestazione politica e disagio quotidiano.
È probabilmente questo l’elemento più significativo della fase attuale. Saïed non si confronta più soltanto con un’opposizione politica indebolita dalla repressione e dalle proprie divisioni, ma con una combinazione di fattori che potrebbe rendere più fragile il sistema costruito dal 2021: difficoltà economiche, servizi pubblici in sofferenza, crescente malcontento sociale e interrogativi sulla stessa salute del presidente.
Le indiscrezioni sul ricovero restano tali finché non arriveranno conferme ufficiali. Ma il silenzio delle istituzioni ha già prodotto un effetto politico: ha reso improvvisamente concreta una domanda che fino a pochi mesi fa rimaneva ai margini del dibattito pubblico. Che cosa accadrebbe alla Tunisia se Kaïs Saïed non fosse più in grado di esercitare il potere?
È intorno a questa domanda che sembrano accelerare tanto le manovre per il futuro quanto i tentativi di dialogo tra le opposizioni. A quindici anni dalla rivoluzione che pose fine al regime di Zine El-Abidine Ben Ali, la Tunisia torna così a interrogarsi non soltanto sulla natura del proprio presente politico, ma anche sulla forma che potrebbe assumere il dopo-Saïed.


