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Migrazioni

Tunisia, naufragio di migranti al largo di Zarzis: proteste violente a Ben Guerdane

Una barca partita verso Lampedusa con 15 persone a bordo è affondata nella notte tra venerdì e sabato. La rabbia della popolazione esplode nelle strade.

Proteste violente sono scoppiate domenica 23 agosto nella città di Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, dopo l’affondamento di un’imbarcazione con oltre una dozzina di migranti a bordo al largo delle coste sud-orientali del Paese, una delle rotte di attraversamento più mortali al mondo verso l’Europa. L’imbarcazione, partita da un punto tra Zarzis e Ben Guerdane, diretta verso l’isola di Lampedusa con a bordo 15 persone, per lo più giovani, è affondata nella tarda serata di venerdì 21 agosto, circa 14 miglia nautiche (26 km) al largo della costa di Zarzis. Alcune fonti tunisine riportano però che l’imbarcazione sarebbe salpata dal porto di El Ktef con un numero di persone a bordo superiore, e sarebbe affondata circa sei ore dopo la partenza. Un solo superstite è stato tratto in salvo da un’imbarcazione commerciale dopo aver galleggiato in mare per circa 48 ore, che ha attribuito il naufragio proprio al sovraccarico dell’imbarcazione. La Guardia Nazionale tunisina ha già recuperato 19 corpi, sebbene non sia ancora certo che tutte le salme appartengano alla stessa imbarcazione. Intanto le ricerche dei dispersi proseguono. Secondo la Guardia Nazionale, circa 14 delle persone imbarcate provenivano dalla zona di Ben Guerdane e una da Zarzis. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato all’agenzia Reuters che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare, probabilmente non tutti appartenenti alla stessa imbarcazione naufragata, ed è in corso l’esame del DNA per l’identificazione e per stabilire il numero esatto delle persone effettivamente a bordo. Il dolore per le vittime si è rapidamente trasformato in rabbia. La sera di domenica 23 agosto i manifestanti hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze dell’ordine hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche il giorno successivo, con scontri tra la popolazione e le forze di sicurezza, e la tensione non accenna a placarsi. I manifestanti chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità e anni di marginalizzazione stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa in cerca di un futuro migliore. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. Il deputato Imad Oulad Jibril ha definito la tragedia “il dramma di una nazione che vede i suoi giovani fuggire dalle difficoltà della terra solo per essere inghiottiti dal mare”. Il partito di opposizione Democratic Bloc ha collegato l’affondamento alle difficoltà economiche del Paese, dichiarando: “Quando attraversare il mare diventa più facile che vivere in Tunisia, dobbiamo chiederci: di chi è la colpa?”, e anche altre forze politiche si sono espresse sulla vicenda. L’Union générale tunisienne du travail (UGTT), il principale sindacato tunisino, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta seria e urgente sulle circostanze del naufragio, mentre il Parti des Travailleurs, guidato da Hamma Hammami, ha espresso solidarietà alle rivendicazioni dei manifestanti di Ben Guerdane, criticando l’approccio delle autorità, eccessivamente incentrato su misure di controllo e sicurezza nella gestione delle proteste, senza una vera visione di sviluppo per la regione, la cui economia è storicamente e in gran parte legata al commercio transfrontaliero che passa attraverso il valico di Ras Jedir. Il partito ha inoltre ribadito il proprio rifiuto degli accordi migratori conclusi tra Tunisia e Unione Europea nel luglio 2023, sostenendo che abbiano trasformato il Paese in un guardiano delle frontiere meridionali d’Europa, senza però contribuire a fermare le morti nel Mediterraneo. In molti hanno chiesto la proclamazione di una giornata di lutto nazionale per le vittime.

Purtroppo il naufragio di Zarzis non è una tragedia isolata. Nel 2022, un’imbarcazione con 18 persone a bordo scomparve al largo delle stesse coste, scatenando settimane di proteste, dopo che le famiglie delle vittime avevano accusato le autorità di non aver condotto ricerche adeguate. Ancora più grave fu il disastro di Kerkennah del 2018, quando più di 100 persone morirono o scomparvero nell’affondamento di un’imbarcazione di migranti: l’episodio portò alle dimissioni dell’allora ministro dell’Interno. Le coste sud-orientali della Tunisia si trovano a soli 145 km (90 miglia) dall’isola italiana di Lampedusa, una delle rotte più battute dai migranti diretti in Europa. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il Mediterraneo centrale è considerato la rotta migratoria più pericolosa al mondo: quest’anno sono già almeno 821 i migranti morti o dispersi lungo questo tragitto, più del doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Considerando l’intero bacino del Mediterraneo, il bilancio complessivo sale ad almeno 1.065 morti o dispersi. La tragedia delle migrazioni nel Mediterraneo non è mai solo un’emergenza di ordine pubblico o una questione di frontiere, ma il sintomo profondo di un fallimento sociale ed economico. Quando intere famiglie vengono cancellate dal mare e la reazione immediata è la rabbia nelle piazze, significa che il Mediterraneo non è più solo una linea di confine geografica, ma la linea di faglia tra la disperazione di chi sceglie di rischiare la vita e l’abbandono di chi resta in territori marginalizzati. Ridurre tutto a una questione di sicurezza o a un problema di polizia significa non voler vedere le radici del problema: la mancanza di futuro, la crisi economica strutturale e accordi internazionali che spesso spostano il peso della gestione dei flussi sui Paesi di transito, senza offrire reali prospettive di sviluppo. Fino a quando la risposta politica continuerà a essere puramente repressiva anziché incentrata sui diritti, sulla cooperazione e sulla dignità umana, le proteste di Ben Guerdane e i naufragi al largo di Zarzis continueranno a ripetersi, lasciandoci a fare i conti con un dolore che nessuna statistica potrà mai ripagare.

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