L’industria tessile ha un problema d’acqua. Ne consuma quantità enormi nei processi di produzione e, soprattutto nella fase di tintura, ne restituisce una parte all’ambiente carica di coloranti, metalli pesanti e altre sostanze potenzialmente nocive. In Tunisia, dove la scarsità idrica rende questa contraddizione particolarmente evidente, una giovane impresa prova a intervenire proprio su uno dei passaggi più critici della filiera.
Si chiama Pigment Oco, è stata fondata nel 2024 e ha sviluppato un procedimento per colorare le fibre di cotone senza utilizzare acqua e senza produrre scarichi liquidi contenenti sostanze chimiche. La tecnologia è stata presentata lo scorso giugno a VivaTech, a Parigi, dalla cofondatrice Amal Chebbi insieme ad Ayoub Lassoued.
Il punto di partenza è un dato materiale molto semplice: secondo le cifre citate dall’azienda, per tingere un chilogrammo di cotone possono essere necessari tra 100 e 140 litri d’acqua. Su scala industriale, il consumo diventa enorme. L’intero settore tessile utilizzerebbe ogni anno circa 1.900 miliardi di litri d’acqua, mentre la tintura contribuirebbe in maniera significativa all’inquinamento idrico industriale.
In un paese come la Tunisia, la questione assume un significato particolare. Il tessile rappresenta infatti un settore produttivo importante, ma opera in un territorio sottoposto a un crescente stress idrico. L’innovazione di Pigment Oco nasce dunque dall’incontro tra una questione globale e una condizione locale: come continuare a produrre riducendo drasticamente il costo ambientale di una fase industriale che dipende tradizionalmente da grandi quantità d’acqua?
La risposta proposta dalla startup consiste nell’eliminare l’acqua dal processo di tintura. Secondo Pigment Oco, il procedimento consente inoltre di ridurre di circa un terzo l’impiego di coloranti e di fare a meno dei fissatori chimici normalmente utilizzati nel processo. Il risultato dichiarato è l’assenza di scarichi liquidi inquinanti.
La questione, tuttavia, va ben oltre i confini tunisini. Gran parte della produzione tessile mondiale è concentrata in paesi come Cina, India, Pakistan e Bangladesh, dove l’impatto ambientale della filiera si intreccia con quello sociale e sanitario. Le acque utilizzate nella tintura possono contenere sostanze che finiscono nei fiumi, nei terreni, nelle falde e infine nel mare. Nel Mediterraneo, come in altre regioni del Sud globale, l’acqua diventa così contemporaneamente risorsa produttiva, bene sempre più scarso e luogo finale di accumulazione degli scarti.
È forse questo l’aspetto più interessante dell’esperienza tunisina. L’innovazione tecnologica non nasce qui in un contesto astratto, ma dalla necessità di rispondere a una pressione ambientale concreta. La scarsità d’acqua, normalmente raccontata soltanto come vulnerabilità, può diventare anche un fattore che obbliga a ripensare processi industriali concepiti in epoche in cui il costo ecologico delle risorse veniva largamente ignorato.
Pigment Oco ha ricevuto dalle autorità tunisine un sostegno di 140.000 dinari, circa 42.000 euro, ed è stata accompagnata anche da programmi legati a HEC Paris e al Women’s Forum for the Economy and Society. La startup continua oggi a sviluppare la propria tecnologia tra Tunisi e Parigi e cerca stabilimenti tessili disponibili ad avviare progetti pilota.
È questo il passaggio decisivo. Come per molte innovazioni ambientali, la distanza tra un procedimento tecnicamente promettente e una trasformazione effettiva dell’industria dipenderà dalla possibilità di applicarlo su larga scala, dai costi, dalla qualità finale dei tessuti e dalla disponibilità delle imprese a modificare processi produttivi consolidati.
Resta però significativo che una possibile risposta a uno dei problemi ambientali della moda globale arrivi dalla sponda meridionale del Mediterraneo. La Tunisia non è soltanto uno dei luoghi nei quali gli effetti della pressione sulle risorse idriche diventano più visibili. Può essere anche uno dei laboratori nei quali la scarsità costringe a immaginare diversamente il rapporto tra industria, tecnologia e ambiente.
In fondo, dietro una maglietta colorata esiste una geografia spesso invisibile fatta di fabbriche, acqua, sostanze chimiche, lavoro e territori. Ridurre quella geografia materiale non significa soltanto rendere più efficiente un processo industriale. Significa interrogarsi su quanta acqua debba essere incorporata negli oggetti quotidiani che produciamo, acquistiamo e consumiamo.


