Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), gruppo armato curdo attivo da oltre quarant’anni contro lo Stato turco, ha annunciato la propria dissoluzione e la fine della lotta armata. Questa decisione storica, comunicata ufficialmente il 12 maggio 2025, rappresenta la conclusione di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Medio Oriente, che ha provocato oltre 40.000 morti dal 1984 a oggi.
The final declaration of the PKK's 12th Congress has been released. "The Congress decided to dissolve the PKK’s organizational structure and end the armed struggle, thereby terminating all activities carried out under the name of the PKK." – ANF pic.twitter.com/BRgRWD0K3H
— Wladimir van Wilgenburg (@vvanwilgenburg) May 12, 2025
La svolta arriva a seguito di un appello del fondatore e leader del PKK, Abdullah Öcalan, detenuto in isolamento dal 1999 sull’isola-prigione di Imrali. In un messaggio reso pubblico alla fine di febbraio, Öcalan ha dichiarato che la lotta armata ha esaurito la propria funzione storica, invitando alla transizione verso una risoluzione democratica della questione curda. Il 12° congresso del PKK, riunitosi nel nord dell’Iraq, ha recepito questo invito sancendo la dissoluzione dell’organizzazione e l’abbandono ufficiale delle attività militari.
Il PKK, nato nel 1978 con l’obiettivo iniziale di creare uno Stato curdo indipendente, si è poi orientato verso rivendicazioni di autonomia e diritti culturali per la minoranza curda in Turchia. La sua ideologia si è evoluta dal marxismo-leninismo al confederalismo democratico ispirato da Murray Bookchin, e ha cercato di coniugare nazionalismo curdo, giustizia sociale e parità di genere.
L’annuncio è stato accolto con cauto ottimismo in Turchia e nei paesi limitrofi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha celebrato l’evento come una vittoria per la pace e la sicurezza nazionale, mentre fonti del suo partito (AKP) hanno lasciato intendere che la detenzione di Öcalan potrebbe essere alleggerita, con visite più frequenti da parte della famiglia e dei rappresentanti del partito pro-curdo DEM. La decisione ha avuto un’eco favorevole anche a livello internazionale, con dichiarazioni positive da parte dell’Unione Europea, dell’ONU e dei governi curdi locali in Iraq e Siria.
Tuttavia, rimangono incognite rilevanti. Non è chiaro se le formazioni affiliate al PKK in Siria, Iran e altrove seguiranno l’esempio. In particolare, i curdi siriani delle Forze Democratiche Siriane (SDF), guidati da Mazloum Abdi, si dichiarano indipendenti dal PKK e per ora non intendono disarmare, anche alla luce delle recenti aggressioni turche contro le loro infrastrutture. In Iran, altri gruppi curdi armati non hanno ancora preso posizione.
The Kurdistan Workers Party (PKK) militant group, which has been locked in bloody conflict with Turkey for more than four decades, decided to disband and end its armed struggle, group members and Turkish leaders said https://t.co/a4BNRJ4H9a pic.twitter.com/4sCFOilSwZ
— Reuters (@Reuters) May 12, 2025
Anche sul piano interno turco, le aspettative sono miste. Molti curdi sperano che la fine del conflitto apra la strada al riconoscimento ufficiale dei diritti linguistici, culturali ed educativi curdi, ma finora non si registra alcuna proposta legislativa concreta. Inoltre, la mossa del PKK rischia di essere strumentalizzata da Erdoğan in chiave elettorale, per rafforzare la propria presa sul potere e modificare la Costituzione in vista di una possibile ricandidatura nel 2028.
Secondo diversi analisti, il disarmo del PKK è parte di una strategia di più ampio respiro: consolidare il potere del presidente turco, riattivare i rapporti con l’Unione Europea (soprattutto sul fronte della liberalizzazione dei visti), e rafforzare l’influenza turca nell’area mediorientale in chiave neo-ottomana, anche attraverso un’alleanza con i curdi islamici. La scelta di Öcalan è stata infatti annunciata alla vigilia del Ramadan, periodo simbolico di riconciliazione.
In definitiva, la fine del PKK rappresenta una svolta epocale, ma il processo di pace è solo all’inizio. L’effettiva smobilitazione, la tenuta del cessate il fuoco, il destino delle basi in Iraq, la posizione dei gruppi armati affiliati e la risposta dello Stato turco alla domanda di diritti saranno i fattori decisivi per comprendere se la “questione curda” troverà finalmente una soluzione politica duratura.


