In Uganda, una sentenza capitale riaccende il dibattito sulla violenza estrema e sul sistema penale. Un tribunale di Kampala ha condannato a morte Christopher Okello Onyum, ritenuto colpevole dell’uccisione di quattro bambini in un asilo nido della capitale all’inizio di aprile.
Secondo quanto emerso durante il processo, l’uomo si sarebbe finto un genitore per ottenere accesso alla struttura. Una volta entrato, avrebbe chiuso il cancello e portato a termine l’attacco in meno di sette minuti. Le vittime avevano tra uno e tre anni. La rapidità e la modalità dell’azione hanno avuto un peso centrale nella valutazione giudiziaria.
Le indagini hanno evidenziato elementi di pianificazione: sui dispositivi elettronici dell’imputato sarebbero state trovate ricerche come “scuole vicino a me” e contenuti legati a decapitazioni attribuite a ISIS. Per il giudice, tali elementi dimostrerebbero una preparazione consapevole e non compatibile con una condizione di incapacità mentale, ipotesi avanzata dalla difesa ma respinta dalla corte.
Durante il processo, è emersa anche la testimonianza diretta di una dipendente dell’asilo, che ha descritto la scena come estremamente rapida e caotica. La donna ha raccontato di aver tentato di fermare l’aggressore lanciandogli contro una bicicletta, riuscendo temporaneamente a distrarlo. Nonostante ciò, l’uomo avrebbe continuato l’attacco, colpendo altri bambini.
Subito dopo l’arresto, si è registrata una forte reazione da parte dei genitori presenti, che hanno tentato di aggredire l’uomo prima dell’intervento della sicurezza. Questo elemento segnala un livello di tensione sociale e di trauma collettivo significativo.
Nella motivazione della sentenza, il giudice ha sottolineato l’assenza di rimorso da parte dell’imputato, che non avrebbe espresso scuse alle famiglie delle vittime. Questo aspetto è stato interpretato come ulteriore aggravante morale.
La pena di morte è formalmente prevista nell’ordinamento ugandese, ma la sua applicazione è estremamente rara: l’ultima esecuzione risale a oltre vent’anni fa. La sentenza riapre quindi una questione più ampia sul ruolo effettivo della pena capitale nel sistema giudiziario del paese, tra funzione deterrente, simbolica e dibattito sui diritti umani.
Il caso si inserisce in un contesto globale in cui episodi di violenza estrema contro minori, soprattutto in spazi percepiti come sicuri, producono forti reazioni pubbliche e interrogativi sulla prevenzione, sulla salute mentale e sulla sicurezza delle istituzioni educative.


